venerdì 22 settembre 2017

 

Il movimento “Marcianise Terra di Idee, impegnato sul territorio anche per la lotta alle violenze ambientali, organizza per il giorno mercoledì 4 ottobre 2017, alle ore 18.00, preso il Palazzo Monte dei Pegni in via Duomo a Marcianise, un convegno pubblico per la promozione e la sensibilizzazione delle buone pratiche e della strategia “Rifiuti Zero”. Il dibattito vedrà la presenza di Paul Connett, professore alla St.Lawrence University dal 1983 al 2006 e fondatore della strategia "Zero Waste".




Si tratta una strategia di gestione dei rifiuti che si propone di riprogettare la vita ciclica dei rifiuti considerati non come scarti ma risorse da riutilizzare come materie prime seconde, contrapponendosi alle pratiche che prevedono necessariamente processi di incenerimento o discarica, e tendendo ad annullare o diminuire sensibilmente la quantità di rifiuti da smaltire. Il processo si basa sul modello di riutilizzo delle risorse presente in natura. In Italia c’è già una proposta di Legge di Iniziativa Popolare “Rifiuti Zero”, presentata il 30 settembre 2013 (Atto n. 1647 della Camera dei Deputati – VIII Commissione Ambiente con il titolo: “Legge Rifiuti Zero: per una vera società sostenibile”), ma ancora ferma in Parlamento per l’iter di approvazione definitiva.

Insieme alle associazioni e i cittadini si discuterà su come far sì che tale “buona pratica” possa essere avviata anche a Marcianise, innescando un processo di democrazia partecipata, fondamentale affinché si possa intraprendere un percorso virtuoso ed alternativo con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di una città sostenibile. Dopo i saluti di Alessandro Tartaglione (coordinatore di Terra di Idee), seguiranno gli interventi di Domenico Giuliano (responsabile laboratorio ambiente Terra di idee), Annamaria Martuscelli (Osservatori Civici Campania). Modererà l'incontro Tina Raucci (Caffè Procope).

lunedì 11 settembre 2017




 la Summer School Ucsi lancia “Ucciso perché solo”. Convention dal 22 al 24 settembre a Casal di Principe, nel Casertano. Tra i relatori Ayala, Martelli, Guarnotta, Calia e Raffaele Sardo- 




CASAL DI PRINCIPE (Caserta), 11.9.2017 - “Ucciso perché solo”. E' il tema della nuova edizione della Summer School Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) 2017 di Giornalismo Investigativo che si terrà dal 22 al 24 settembre prossimo tra Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa e Casapesenna, accreditata anche come corso di aggiornamento per i giornalisti. Una tre giorni di giornalismo investigativo sui grandi casi di cronaca della storia italiana come non c'era mai stata prima: direttamente in periferia, nei luoghi dove una delle mafie più potenti e violente è nata e cresciuta: Casal di Principe, nel Casertano; ma dove è stata anche sconfitta, almeno militarmente. Tra i relatori i maggiori esperti italiani di giornalismo investigativo, mafie, geopolitica, ma anche politica. Tra questi i colleghi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a cui sono dedicati i primi seminari, i magistrati Giuseppe Ayala e Leonardo Guarnotta, e il ministro di Grazia e Giustizia che all’epoca volle Falcone a Roma e lo difese e propose come Procuratore nazionale Antimafia, Claudio Martelli, in evidente dissenso con larga parte della stessa magistratura dell’epoca. Ma anche i giornalisti Francesco La Licata e Antonio Roccuzzo, che lavoravano a Palermo in quegli anni e Toni Mira, che ha lavorato a lungo sul caso Atria e il collega del Tg3 Fabrizio Feo. Oppure Luciano Scalettari, vicedirettore di Famiglia Cristiana, sul caso di Ilaria Alpi, insieme con Leonida Reitano, analista Osint. O ancora il sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Milano, Vincenzo Calia, che ha seguito il caso Mattei, confermando che fu un attentato; con la collega di Euronews Sabrina Pisu; e gli amici più cari di don Peppe Diana, il sacerdote martire della legalità ucciso dalla camorra casalese; come l’allora sindaco Renato Natale, il testimone di Giustizia Augusto di Meo, il giornalista e amico Raffaele Sardo; la senatrice e inviato de “Il Mattino” Rosaria Capacchione, massima esperta di Casalesi. La Summer School è promossa dall'Ucsi di Caserta insieme con Agrorinasce, Agenzia pubblica per la legalità, in collaborazione con l'Ordine dei Giornalisti della Campania e gode del patrocinio della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana), il sindacato dei giornalisti italiani; oltre che dei comuni di Casal di Principe, San Cipriano d'Aversa, Casapesenna, San Marcellino, Santa Maria La Fossa, Villa Literno, della Fondazione Polis e Reggia di Carditello. “Con la Summer School andiamo direttamente in periferia, come ha suggerito spesso Papa Francesco - spiegano il direttore della Summer School, Luigi Ferraiuolo e l'amministratore delegato di Agrorinasce, Giovanni Allucci - Nel territorio di Casal di Principe nell'ultimo decennio, abbiamo compreso in maniera evidente l'importanza del giornalismo nella lotta alla criminalità organizzata e quindi anche al terrorismo. In tale contesto abbiamo pensato che fosse importante offrire ai giornalisti un momento stabile di confronto e discussione con gli stessi investigatori, i magistrati e i colleghi che si sono distinti per capacità investigativa. Un modo tutto nostro – concludono Ferraiuolo e Allucci – per ringraziare i protagonisti della lotta alle mafie e per investire nel futuro per una società migliore”. Saranno due le lectio magistralis, di Giuseppe Ayala e Claudio Martelli, il 22 settembre, dalle 15, che apriranno i lavori a Casal di Principe. La partecipazione alla Summer School è gratuita ed è riservata a giornalisti e comunicatori italiani e stranieri. A dieci giovani colleghi e/o giornalisti disoccupati, come ogni anno, la Summer School offrirà dieci borse di studio comprendenti l’ospitalità e il vitto nell'Ostello della Gioventù di Casapesenna. Per iscriversi si può mandare una mail a info@agrorinasce.org osummerschoolucsi@gmail.com, entro il 16 settembre (fino al 18 settembre ci si può iscrivere al portale sigef per 16 crediti). Sarà la direzione della Scuola a riservarsi l'accettazione di tutte le iscrizioni. Per aggiornamenti si può visitare la pagina facebook: summerschoolucsi.


martedì 5 settembre 2017


31 DICEMBRE 9999

Una giornata di semilibertà con Carmelo Musumeci, ergastolano

A cura di Nicola Feninno
L’ergastolano diventa una razza differente da tutti gli altri esseri umani perché è una creatura nuova costruita per legge, vive respirando un’aria diversa, fa parte di un altro pianeta, probabilmente di un altro universo.
(Dalla tesi di laurea in Giurisprudenza, “Vivere l’ergastolo”, di Carmelo Musumeci, un ergastolano, ora in semilibertà. Abbiamo trascorso una giornata con lui, per farci raccontare come si vive scontando una pena che non ha fine, se non con la morte).
Dal diario di Carmelo Musumeci, 18 giugno 2017
Durante il giorno, nei momenti di pausa, mi piace moltissimo sedermi sul terrazzo della struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove lavoro, ad ammirare i cipressi e il verde tutto intorno. Gli alberi in carcere mi sono mancati tantissimo, forse più delle persone.

PREMESSA

 Se qualcuno scoprisse un metodo, una formula per vivere in eterno – o perlomeno, chessò, per quindicimila anni – ci sveglieremmo la mattina del primo gennaio 10000 e tutti gli ergastolani d’Italia sarebbero in libertà. Sul certificato di detenzione di un condannato all’ergastolo, infatti, la scadenza della pena è fissata al 31 dicembre 9999. Anni fa si scriveva: mai. Ora il sistema è informatizzato.
“Forse il computer è più umano degli umani” mi ha detto Carmelo Musumeci, mostrandomi il suo certificato.
In Italia esistono due tipi di ergastolo. Quello normale prevede la possibilità di benefici e dell’eventuale liberazione condizionale dopo 26 anni. Poi esiste l’ergastolo ostativo: nessun beneficio, nessun permesso, nessuna possibilità di misure alternative. All’ergastolano ostativo può essere applicato l’articolo 41bis che prevede: isolamento in cella; ora d’aria limitata; massimo due colloqui al mese con i familiari in presenza di un vetro divisorio; una telefonata al mese.

Carmelo Musumeci è stato condannato all’ergastolo ostativo per rapina, estorsione, omicidio, associazione a delinquere di stampo mafioso ed altri reati minori. Nel 1992, quando era già detenuto, gli hanno applicato il 41bis. È stato trasferito nel carcere dell’Asinara. Qui ha preso la licenza media, poi il diploma. Si è laureato in Scienze giuridiche, quindi la specialistica in Giurisprudenza, all’anno scorso risale la laurea in Filosofia. In carcere ha scritto diversi libri. La suapetizione per l’abolizione dell’ergastolo ha tra i primi firmatari Margherita Hack, Umberto Veronesi, Agnese Moro (figlia di Aldo Moro), Lorella Cuccarini, Rocco Buttiglione, Fausto Bertinotti, Vittorio Sgarbi. I firmatari al momento sono 30882.

Sul certificato di detenzione di un condannato all’ergastolo la scadenza della pena è fissata al 31 dicembre 9999. Anni fa si scriveva: mai. Ora il sistema è informatizzato. “Forse il computer è più umano degli umani”.

Il detenuto con l’ergastolo ostativo può cambiare la sua condizione solo diventando collaboratore di giustizia. Carmelo ha sempre rifiutato questa opzione. L’anno scorso ha ottenuto la “collaborazione impossibile”: i reati per cui è stato arrestato, infatti, erano finiti in prescrizione. Fare i nomi non sarebbe più servito. Così, dopo 26 anni di reclusione, ora si trova in semilibertà. Passa le notti nel carcere di Perugia, da cui esce tutte le mattine. Deve girare sempre accompagnato da una persona designata dal Tribunale di Sorveglianza, o da qualcuno che da questa viene delegato (nel caso di questo reportage, io). E solo tra i confini dei comuni di Perugia, Assisi, Foligno, Bastia Umbra e Bevagna, dove presta servizio come volontario nella Comunità Giovanni XXIII.
Sono andato a prendere Carmelo ai cancelli del carcere e abbiamo passato insieme la sua giornata di semilibertà. Mi ha raccontato della sua infanzia, della vita da criminale, della vita nel carcere e di quella da semi-libero. Mi ha spiegato i motivi per cui ha deciso di non collaborare con la giustizia. Mi ha parlato delle sue lotte e delle sue letture.
Non trovo un senso per l’ergastolo ostativo; questo è il mio parere. Scorgo un contrasto con l’articolo 27 della Costituzione Italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”; vedo il rischio di una legge che frana nella vendetta. Ma le cose non sono semplici, i dilemmi sono molti e, soprattutto, il mio parere personale qui non conta. Anche se – come tutti – non posso fuggire dalla parzialità del mio punto di vista, non m’interessa ingabbiarci dentro nessun altro (compreso il me-futuro).
Nelle pagine che seguono trovate il racconto di quella giornata, scandito in tre momenti.


Mail priva di virus. www.avast.com

Il tuo 5xmille apre le porte della nostra famiglia a chi non ha famiglia

domenica 3 settembre 2017


UN TRISTE ANNIVERSARIO CHE CI RICORDA
L’agguato di mafia che assassinò il generale e la moglie CHE accadde a Palermo il Venerdì 3 settembre 1982
IL CARABINIERE  DI SCORTA AL GENERALE DALLA CHIESA  UCCISO ERA DOMENICO RUSSO DI S. MARIA C.V.
La Civica Amministrazione gli ha intitolato una strada – Il ricordo della famiglia – La moglie ed i figli vivono in Sicilia – Un incontro a Capua con Nando Dalla Chiesa -




“Quella sera Mimì    seguiva con la sua Alfetta nelle strade di Palermo la A 112 del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il nuovo prefetto, insieme alla giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, trentadue anni,  che aveva deciso di uscire per andare a cena. Erano pochi i momenti intimi vissuti in quei mesi concitati nella lotte contro la mafia. Era stato fatto tutto cosi in fretta. Carlo Alberto nominato prefetto di Palermo il 30 aprile del 1982. Sull’onda emotiva dell’uccisione del segretario regionale del Pci, Pio La Torre. Poi il matrimonio, il 12 luglio dello stesso anno, e dunque il trasferimento a Palermo. E poi l’isolamento in cui si era venuto a trovare il prefetto. Lo aveva denunciato anche attraverso  i giornali in una intervista a Giorgio Bocca. Emanuela quella sera lo voleva tutto per sè il generale. Tanto che si mise a guidare l’auto, come per dire: Stasera esisto solo io. Era una delle poche volta che poteva godersi il marito. Normalmente le sue giornate il prefetto le cominciava elle sette del mattino e le finiva dopo la mezzanotte.



Domenico Russo, Mimi, faceva da autista e da scorta al generale. Era I’unico agente di scorta perchè all’epoca non esisteva un servizio come quello di adesso. E l’auto non era nemmeno blindata. Uscirono da villa Whitaker, dov’è ospitata la prefettura. Attorno alle  ventuno. Dietro di loro si avviarono anche due auto e una moto. Una Bmw, una Fiat 132 e una moto Suzuki. In quelle macchine c’erano gli uomini che alcuni minuti dopo li massacreranno a colpi di mitra. Alle ventuno e quindici  in via lsidoro Carini, i sicari si materializzano. Affiancarono la A112 con dentro il generale e la moglie e un’altra  affiancò l’ Alfetta guidata da Domenico Russo. I kalashnikov cominciano a crepitare. Emanuela fu colpita per prima.   L’auto sbanda. Finisce la corsa vicino ad un marciapiede. Per lei e per il generale non c’è più niente da fare.


Anche per Mimì, sventagliate di kalashnikov. Piovono proiettili. Per lui entra in azione la motocicletta che, secondo i pentiti, era guidata da Pino Greco, detto Scarpuzzedda. La sua auto va a sbattere dietro la A112 con dentro i corpi del generale e della moglie. Mimì scende dall’auto per difendere il prefetto e la giovane consorte. Si rende subito conto che il gruppo di fuoco era troppo numeroso e con la sua pistola d’ordinanza avrebbe potuto fare ben poco. Nonostante ciò, non esitò a sparare e a cercare di fermare i killer. Non resistette a lungo. Il volume di fuoco che misero in campo i mafiosi ebbe subito ragione del povero carabiniere scelto. In due minuti il massacro era compiuto. I killer si fermarono. Volevano essere certi che il prefetto rompiscatole, la moglie e il carabiniere di scorta fossero morti. Nel giro di pochi minuti è tutto finito. Le auto dei killer partono a tutta velocità. Le troveranno poco dopo incendiate e quasi irriconoscibili.
     Ma Mimì non era  morto, era  ferito gravemente. Trasportato in ospedale, i medici lo dichiareranno clinicamente morto. Morirà dopo tredici giorni  di agonia. Qualche ora dopo, a Santa Maria Capua Vetere, quando la notizia si diffonderà, toccherà ad un carabiniere, un collega di Mimì, avvisare i suoi parenti. Sono appena passate le dieci di sera, quando un militare dell’arma suona al citofono in via dei Gladiatori, vicino all’anfiteatro romano. “Buonasera. Cerco i parenti di Domenico Russo”, dice con voce tremante e imbarazzata. “Prego, dite, dite pure”, risponde Secondino Russo, l’anziano papà di Mimì, mentre apre la porta per far entrare il giovane che indossa una divisa a lui familiare e cara. Al suo fianco la moglie Maria e un figlio, Giuseppe. “Ma è successo qualcosa a Mimì?”, chiede la mamma, presagendo che chi aveva bussato fosse un messaggero di sventure. “Sapete”, riprende imbarazzato il carabiniere, “c'è stato un conflitto a fuoco a Palermo. Domenico è stato ferito e si trova in ospedale”. E mentre ancora il carabiniere cercava di minimizzare l’accaduto, arrivò Teresa, la sorella primogenita di Mimì, che invece aveva sentito la notizia al telegiornale. Nessuno dei familiari credette al ferimento. Sapevano bene che in questi casi le bugie sono dette a fin di bene, per non far spaventare i congiunti.


     Nella notte il papà di Mimì e il fratello Giuseppe vennero accompagnati a Palermo. Assistiti e sostenuti nel miglior modo possibile. Si resero ben presto conto di ciò che era accaduto e che per Domenico Russo era solo questione di ore. Non ce l’avrebbe fatta. l medici l’avevano dichiarato clinicamente morto. Dopo tredici giorni  di agonia la sua vita si spense senza che avesse mai ripreso conoscenza.
    l funerali di Domenico Russo ebbero luogo in forma privata il 16 settembre 1982 nella chiesa di Santo Spirito nel cimitero palermitano di Sant'Orsola. Con i familiari c’era anche il sindaco di Santa Maria Capua Vetere e una delegazione di amministratori comunali. Al funerale c’erano centinaia di suoi colleghi carabinieri, ma anche di poliziotti. La salma, che per volontà della moglie rimase in Sicilia fu portata a spalla dai colleghi nel breve tragitto che separava la chiesa dal loculo dove fu tumulato. Tra le autorità presenti ai funerali, c’erano una delegazione del Pci siciliano, il sottosegretario all’lnterno  Angelo Sanza, il presidente dell'Assemblea Regionale Siciliana Salvatore Lauricella, il prefetto  Emanuele De Francesco, il ministro della Marina mercantile  Calogero Mannino e il sindaco di Palermo, Nello Martellucci.
     Mimì aveva trentadue anni. Lavorava in Prefettura a Palermo già da qualche anno. Era nato a Santa Maria Capua Vetere il 27 dicembre del 1950. Era sposato con una ragazza siciliana, Fina da cui aveva avuto due figli, Dino e Toni. Era orgoglioso di sua moglie e si notò sin da quando, ancora giovane carabiniere era  Palermo e portò a casa la fidanzata siciliana per farla conoscere ai parenti.
“L’ho conosciuto Domenico Russo”, racconta Gennaro Nuvoletta, carabiniere, fratello di un altro giovane carabiniere Salvatore Nuvoletta, ucciso dalla camorra a Marano il 2 luglio del 1 982. “Io facevo già da autista e da scorta al generale Dalla Chiesa da quattro anni. Quando venne nominato prefetto a Palermo il 30 aprile, mi portò con sé. Domenico Russo, bravissimo ragazzo, lavorava alla Prefettura di Palermo.  Facemmo subito amicizia, perché lui era campano come me. Il prefetto lo scelse come autista e come agente di scorta. Il generale mi chiese di istruirlo per una ventina di giorni perché conoscevo già le sue abitudini e i suoi metodi di lavoro. Avevamo in dotazione una Croma blindata col telefono a bordo che portai a Palermo i primi di maggio di quell’anno. Il ragazzo di Santa Maria Capua Vetere si dimostrò subito all’altezza. Poi tornai  a Marano perché il 4 luglio dovevo sposarmi. Il prefetto si doveva sposare il 12 luglio e mi propose di andare a vivere a Palermo. Mi avrebbe fatto alloggiare in un appartamento a Villa Pajno dove alloggiava insieme alla moglie. “Mia moglie lì non conosce nessuno e nemmeno tua moglie. Così le facciamo stare insieme e si fanno compagnia a vicenda”, mi aveva detto Il generale Dalla Chiesa, intanto, mi teneva informato delle sue attività. Continuava a girare per le scuole. “È dai ragazzi che bisogna cominciare se vogliamo cambiare qualcosa, caro Gennaro”, mi ripeteva continuamente. “lo lo faccio, ma gli altri?”. “La situazione, però, precipitò. Il 2 luglio la camorra ammazzò mio fratello. Rimandai il matrimonio. Il generale si sposò e ripartì per Palermo. Il 3 settembre l’agguato e la tragica fine per mano dei mafiosi in cui morì anche Domenico Russo, mise fine a tutto”.


“Io sono la prima”, dice Teresa Russo, la sorella di Mimì, “nonostante siano passati tanti anni dalla morte di mio fratello, non riesco a parlane con serenità. Ogni volta che parlo di Mimì o mi ricordo dell’accaduto, mi sento male. Mi fa sempre lo stesso effetto, non ci posso fare niente”. E mentre parla scoppia a piangere. Anche l'altro fratello Giuseppe non riesce a parlare di Domenico: “Che volete da me?… E passato tanto tempo. Lasciateci stare”. (Dichiarazioni riportate nel libro “Al di là della notte”, storie di vittime innocenti della criminalità di Raffaele Sardo )
Qualche anno fa i fratelli di Mimì si sono incontrati a Capua con il figlio del generale Dalla Chiesa, Nando. Un incontro davvero commovente. Si sono detti solo poche parole. É bastato poco per dirsi con gli sguardi e con qualche lacrima tutto il dolore che si portavano dentro da quel 3 settembre del 1982. La moglie di Mimì e i due figli maschi vivono ancora a Palermo. Sono stati aiutati dallo Stato. Lei lavorava nei grandi magazzini. Fu assunta in Prefettura a Palermo come impiegata civile. Dino e Toni, dopo il diploma, sono stati assunti alla Regione Sicilia. Il Comune di Santa Maria Capua Vetere ha intitolato una strada a Domenico Russo. Proprio la via dove abitava da ragazzo. Vicino all’Anfiteatro. 
Al giovane carabiniere ucciso con il prefetto di Palermo e la moglie,  è stata anche assegnata la medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: “Di scorta automontata per il servizio di sicurezza ad eminente personalità, assolveva al proprio compito con sprezzo del pericolo e profonda abnegazione. Proditoriamente fatto segno a numerosi colpi d’arma  da fuoco esplosi a distanza ravvicinata da parte di alcuni appartenenti a cosche mafiose, tentava di reagire al fuoco degli aggressori nell’estremo eroico tentativo di fronteggiare i criminali, immolando così la vita nell’adempimento del dovere. Palermo 3 settembre 1982”.




 

Mimi, carabiniere in terra di mafia
L’agonia e la morte del giovane carabiniere sammaritano riportata da un dispaccio dell’Ansa dell’epoca



Ansa – Palermo – 16 settembre 1982 -  Morto l’agente ferito nell’agguato di Palermo. Era la guardia del corpo di Dalla Chiesa  — Il carabiniere  Domenico Russo, di 32 anni, che era stato gravemente ferito la sera del 3 settembre scorso nell'agguato al generale Dalla Chiesa e alla moglie Emanuela Setti Carraro è morto ieri nel centro di rianimazione dell'ospedale civile. Russo era entrato nel corpo  sette anni fa per assicurarsi un lavoro non precario -  hanno detto i congiunti. Dopo  sposato fu trasferito a Palermo dove fu assegnato, come autista, al prefetto. Lascia la moglie e due figli. Antonio e Pino, rispettivamente di due e quattro anni. La morte dell'agente Russo e avvenuta per collasso cardiocircolatorio. Da alcuni giorni considerato clinicamente morto — essendo il suo encefalogramma piatto — veniva tenuto in vita dalle apparecchiature di rianimazione. La salma è stata trasferita nella sala mortuaria del cimitero di Sant'Orsola per l'autopsia. La camera ardente sarà allestita, dopo l'autopsia, nella chiesa di Santo Spirito all'Interno del cimitero. Anche i funerali, per volere del familiari dell'agente, si svolgeranno stamani nella stessa chiesa. Domenico Russo, era nato a Santa Maria Capua Vetere (Caserta), al momento dell'agguato seguiva la macchina nella quale erano il generale e la moglie. Il carabinieri  venne colpito da sei proiettili. Quello risultato letale lo aveva raggiunto alla testa provocando lo scoppio del cranio. Il proiettile aveva prodotto una lesione encefalica rimanendo conficcato all’interno della scatola cranica. Il carabiniere era stato sottoposto ad un lungo e difficile intervento chirurgico, ma i danni provocati dalla ferita alla testa erano purtroppo irreversibili. A Palermo, chiamato dall'alto commissario contro la mafia Emanuele De Francesco, era giunto il prof. Guidetti, neurochirurgo di fama internazionale, il quale però aveva confermato la diagnosi di “morte cerebrale” fatta dall'equipe di medici palermitani guidata dal prof. Vanadio. Da quel giorno Domenico Russo è stato mantenuto in vita meccanicamente e pur essendovi la certezza che non c'era più nulla da fare il prof. Vanadio “da cristiano e da padre di famiglia” si è sempre rifiutato di staccare la spina dell'apparecchio che permetteva al forte cuore dell'agente di continuare a battere. All'ospedale civico, per rendere omaggio alla salma, si sono  recate le più alte autorità cittadine, i più alti gradi della magistratura ed inoltre funzionari ed agenti di polizia e i responsabili del comandi dell'Arma del carabinieri.  

giovedì 17 agosto 2017

Ø

 
·       Barcellona, c'è una terza vittima italiana. La polizia: "Preparavano un attacco più grande-
·       Barcellona: veglia in ricordo delle vittime sulla Rambla( euronews Il Secolo XIX9
·       Furgone sulla folla a Barcellona. Anche un'italoargentina tra le vittime( Il Secolo XIX)
·       Sparatoria fra la polizia ai terroristi al porto Cambrils a Barcellona( La Repubblica)
·       Bruno Gullotta, 35 anni, ucciso dai terroristi sulla Rambla. La compagna: "travolto davanti ai due bambini"(La Repubblica)
·        Attentato a Barcellona: morto un milanese di 35 anni, era in vacanza con la moglie ei figli( MilanoToday)
·        Attacco in Finlandia, accoltellate persone nel centro della città di Turku. Arrestato un uomo(L'Huffington)
·       Finalndia: uomo accoltella i passanti a Turku, due morti (euronews9
·       Minniti: «Nessun Paese è immune, ma non alzeremo l'allerta nelle città»(Corriere della Sera)
·       Dopo Vacchi anche Santanché nei guai con le banche: pignorata da una piccola Bcc
·       Dopo Gianluca Vacchi pignorata anche la Santanchè. Ecco tutti i (cattivi) affari della «pitonessa» (La Repubblica)
·       Cosenza, brucia casa nel centro storico: muoiono tre persone rimaste intrappolate
·       Maltempo in arrivo al nord, previsti temporali e grandinate su Piemonte e Valle d'Aosta
·       La riforma Madia continua a scricchiolare e ora rischia di perdere il pezzo pregiato: la Forestale
·       Amanda ritornerà a Perugia «Devo chiudere un cerchio» Corriere della Sera
·       Debito pubblico: su ogni cittadino gravano oltre 37mila euro AGI - Agenzia Giornalistica Italia/ Sulla crescita del Pil molte critiche puntuali e una fantasiosa

Ø  


  

domenica 13 agosto 2017



ESTERO
-Burkina Faso, attacco terroristico a ristorante turco: almeno 17 i morti/  Burkina Faso: gruppo armato fa diversi morti in un ristorante-
-Kenya, decine di morti nelle rivolte dopo il voto-
-Piogge monsoniche in Nepal, oltre 50 morti per inondazioni e frane-
-Il no di Msf: in questo mare affonda l'umanità-
-Spagna, Niccolò Ciatti, il fiorentino  ucciso in discoteca «Pugni e calci al viso. Nessuno li fermava»
-Charlottesville, polemiche su Trump: non condanna esplicitamente estrema destra-
-Virginia: arresti e coprifuoco dopo gli scontri di Charlottesvill-
ITALIA
-Giocava in strada, investito e ucciso a 11 anni: Genova -
-Juventus, Allegri: "Sconfitta meritata, sarà una stagione difficile"- Supercoppa al Lazio che batte la Juve 3-2
-Messina, romano investito in autostrada: è caccia al pirata della strada-
-Ritrovato a vagare in autostrada senza braccio-
 -Gestione orso e sicurezza: abbattimento nella serata di ieri dell'esemplare pericoloso KJ2
 -Pullman turistico si incastra sotto il ponte a Roma: 18 feriti tra cui un bambino/ Roma, pullman di turisti contro un ponte a Ostia: 18 feriti, 3 gravi. Anche un bambino
-Torino choc, ferisce l'ex fidanzata spogliarellista e si suicida, muore 45enne: lei voleva lasciarlo/ Tentato omicidio e suicidio, la tragedia in strada/
-Tragedia tra Ischia e Procida, morti un sub e una ragazzina/

-Meteo, a Ferragosto cielo sereno e bel tempo (ma senza eccessi) 

FONTE: GOOGLE 

CRONACHE AGENZIA GIORNALISTICA: UN GRAZIE PARTICOLARE ED UN AUGURIO DI BUON FERRA...

CRONACHE AGENZIA GIORNALISTICA:
UN GRAZIE PARTICOLARE ED UN AUGURIO DI BUON FERRA...
: UN GRAZIE PARTICOLARE ED UN AUGURIO DI BUON FERRAGOSTO AI 312.892 VISITATORI DELLA MIA AGENZIA GIORNALISTICA"CRONACHE"...  ...

UN GRAZIE PARTICOLARE ED UN AUGURIO DI BUON FERRAGOSTO AI 312.892 VISITATORI DELLA MIA AGENZIA GIORNALISTICA"CRONACHE"... 

LA QUALE ESSENDO MONOTEMATICA INTERESSA SOLO AD UN SETTORE MOLTO RISCRITTO DI LETTORI QUINDI UN SUCCESSO TRIPLICATO...  



"I PM NON POSSONO COSTRUIRE BRILLANTI CARRIERE SULLE INFAMIE GETTATE ADDOSSO A CHI È SOLO INDAGATO"


LO DICE UNO CHE NON E’ ATTRATTO DALL’EFFETTO BARNUM  UNA MALATTIA DI CUI SOFFRONO LA MAGGIOR PARTE DEI PUBBLICI MINISTERI ITALIANI




È l'invito ai colleghi magistrati di Ambrogio Cartosio, il nuovo procuratore di Termini Imerese, nel suo discorso di insediamento.  


di Enrico Novi - Il Dubbio 

Parole forti. Giuste. E ancora più pesanti se a pronunciarle è un magistrato. Le ha scelte per il proprio discorso d'insediamento Ambrogio Cartosio, nuovo procuratore di Termini Imerese. Cartosio è un uomo mite, asciutto, accompagnato da recente notorietà per l'inchiesta sulla nave Iuventa ma dai modi che nascondono persino una certa timidezza. Non è un pm che insegue paginate sui giornali. Non a caso introduce il richiamo sulle inchieste come arma distruttiva dell'esistenza altrui con la questione del rapporto con i media, strettamente connessa all'altro tema.
Rapporto che, attenzione, non deve consistere in chiusura e impenetrabilità. Anzi, Cartosio parte proprio dalla dichiarazione di avere, come progetto per l'ufficio alla cui giuda è stato assegnato, un'idea di "apertura" e di rapporto trasparente con la comunità, organi di informazione compresi. Cosa che evidentemente, secondo il nuovo procuratore di Termini imerese, è possibile senza ricorrere a indagini basate sul clamore, sulla ricerca dell'indagato eccellente.
Un bell'esempio di cultura della giurisdizione rigorosa e nello stesso tempo consapevole delle esigenze che si impongono oggi ai magistrati. Come spesso ha ripetuto l'attuale vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, "sarebbe opportuno che gli uffici giudiziari avessero una capacità e si dotassero di strumenti atti a comunicare con l'esterno in modo efficace e corretto". Tra l'impenetrabilità e le inchieste spettacolo c'è dunque una via di equilibrio che sarebbe giusto percorrere. E sembra quel- la indicata dal capo dei pm di Termini.
L'opinione pubblica, spiega Cartosio, "ha diritto di essere informata". Innanzitutto quando si procede "a compiere arresti, perché non siamo in un Paese dittatoriale in cui le persone spariscono come desaparecidos". Ma l'informazione "deve essere contemperata con il massimo rispetto per le persone che vengono arrestate, e che però sono la Procura e la polizia giudiziaria a indicare unilateralmente come autori di un reato. Saranno poi i giudici a stabilire se il soggetto è veramente colpevole". Potrebbero sembrare assiomi superflui da richiamare. Ma alla luce di come spesso viene gestita l'informazione sulle inchieste, andrebbero scolpiti ed esposti in tutti i palazzi di giustizia del Paese.
La presunzione di colpevolezza così esemplarmente evocata spiega perché, continua il procuratore nel discorso con cui si è insediato due giorni fa, "i pm, nel rapporto con la stampa, debbano mantenere la massima continenza. Non devono seguire le lusinghe delle apparizioni su organi di stampa e tv, lusinghe che", avverte appunto il nuovo capo dell'ufficio inquirente siciliano, "possono far fare carriere brillanti, ma a volte si tratta di carriere costruite su un'infamia gettata addosso a persone che poi nel tempo si rivelano diverse da com'erano state dipinte". Tanto per essere chiaro con i 9 magistrati della Procura appena affidatagli, Cartosio ribadisce: "Questo ufficio darà le informazioni necessarie, ma non saranno ammessi protagonismi, non sarà ammesso, soprattutto, che la reputazione delle persone venga infangata facilmente". Il magistrato perbene.
sa che il suo non è esattamente il tipico discorso d'insediamento di un procuratore, e allora alza il tono nell'aula magna del Tribunale di Termini imerese - dove con il presidente Raimondo Loforti lo ascoltano pm, giudici e personale degli uffici insieme con tutte le autorità locali - e spiega che quello del clamore mediatico sulle indagini "è un tema enorme, gigantesco, perché il proliferare di trasmissioni e dibattiti sulla presunta colpevolezza di questo o quel soggetto è diventata una vera e propria malattia sociale". E, ancora con ammirevole apertura, il procuratore dichiara: "Devono essere i magistrati a farsi carico di arginare questo fenomeno".
Tutto qui? E no. Perché intanto Cartosio ricorda di essere stato "un allievo di Paolo Borsellino: ero con lui alla Dda e credo sia evidente che con Giovanni Falcone è stato lui a far diventare la lotta alla mafia una cosa seria: prima i capi degli uffici ti dissuadevano, sostanzialmente ti dicevano che era meglio dedicarsi ad altro "tanto la mafia non esiste". E come se non bastasse il procuratore di Termini infrange un altro tabù, il rapporto tra pm e avvocato: "Se il lavoro del pm ha una dignità, ce l'ha perché esiste l'avvocato.
Che è lì a farti le pulci, a cercare di farti venire dei dubbi, che ti scuote dalle tue certezze. E tu, pm, devi essere capace di rivederle. Non è che ti abbarbichi a una convinzione sbagliata solo perché la tua controparte ti ha messo in condizione di riconoscerla come tale... È l'errore peggiore che si possa fare da parte di un pubblico ministero".
Cartosio, per inciso, ha preso possesso dell'incarico direttivo a Termini dopo anni trascorsi da aggiunto a Trapani. Ufficio quest'ultimo dove negli ultimi mesi aveva svolto il ruolo di capo facente funzioni e dove si è appena insediato, come nuovo procuratore, Alfredo Morvilo, con cui il collega ora nell'ex città della Fiat si è avvicendato. Una figura, quella di Cartosio, che a 25 anni di distanza conferma come da quelle parti il seme lasciato da Falcone e Borsellino viva ancora nell'attività di qualche magistrato.


FONTE: Il Dubbio, 13 agosto 2017 di Enrico Novi
Di Maio: "Se l’abusivismo è colpa della politica la casa resta un diritto"



A Di Maio dico:”Io non voto 5 Stelle, ma la stessa cosa dovrebbe essere per la Campania. Come pure dovete battervi per il reddito di cittadinanza per tutti. E forse vi voterò e vi farò votare…".
Il leader M5S. La linea dalla Sicilia: "Si abbatta quando lo ordina il giudice, ma non si voltino le spalle a chi paga l'assenza di pianificazione"
di ANNALISA CUZZOCREA

ROMA. "Se un giudice dice che un immobile va abbattuto, si fa. Ma non possiamo voltare le spalle a chi ha una casa abusiva perché la politica non ha fatto il suo dovere". Luigi Di Maio spiega così le parole del candidato governatore M5S in Sicilia Giancarlo Cancelleri sugli "abusivi di necessità ". "La prima casa è un diritto, con noi al governo non si potrà pignorare", dice il vicepresidente della Camera. Che è ancora sull'isola, nonostante il tour con Cancelleri e Alessandro Di Battista sia sospeso per qualche giorno. Il tempo di passare ferragosto in famiglia e ricaricare i pulmini elettrici.

Che ricette avete per la Sicilia?
"Crediamo che dopo anni di malgoverno le cose possano cambiare puntando su innovazione e introducendo misure come il reddito di cittadinanza. Vogliamo che diventi la prima regione ad adottarlo".

L'assistenzialismo non è servito al sud.
"È Renzi che ci accusa di assistenzialismo perché non ha alternative da proporre e un programma di rilancio. Parla sempre di noi. Nel migliore dei casi ci copia le leggi. Basta guardare quella sui vitalizi o i provvedimenti inseriti nel codice per le Ong".

Sui vitalizi siete voi che avete appoggiato la legge Richetti.
"Copiava la nostra proposta".

Con l'abusivismo edilizio bisogna essere intransigenti o no?
"La polemica sulle parole di Cancelleri è incomprensibile. Ciò che la magistratura dice di abbattere, si butta giù. Ma Giancarlo ha anche detto che non puoi voltare le spalle a quei cittadini che oggi si ritrovano con una casa abusiva a causa di una politica che per anni non ha fatto il suo dovere, cioè piano casa e piani di zona. Sia chiaro, la casa è un diritto e se andremo al governo introdurremmo anche l'impignorabilità della prima casa, da parte dello Stato e delle banche. Uno Stato democratico deve garantire i diritti primari dei suoi cittadini".

È probabile che in caso di vittoria in Sicilia non avrete però una maggioranza.
"Puntiamo ad avere la maggioranza assoluta. Se così non fosse, non essendoci la fiducia, andremo avanti sul nostro programma. Vediamo chi si sentirà di sostenerlo".

Un modello per le politiche?
"Se dovessimo vincere le elezioni senza avere la maggioranza assoluta presenteremo al capo dello Stato una chiara road map delle cose che vogliamo fare, subito. Da una legge vera contro la corruzione fino al taglio reale di tutti gli sprechi e i privilegi. Dopo di che vedremo da che parte stanno i partiti".

Regge un governo così?
"Chiediamo ai siciliani di darci la maggioranza assoluta per poter governare e cambiare completamente la Sicilia".

Sembra un no. Come sta lavorando il Movimento alla squadra di governo?
"Sarà il candidato premier a sceglierla. Dialoghiamo con personalità del mondo accademico, scientifico ed economico, siamo cresciuti moltissimo".

A fine settembre voterete il candidato premier. Lei è in campo. Di Battista la sostiene. Ora si parla di una norma tagliacorrenti per impedire a chi perde di candidarsi in Parlamento. Vuole restare solo?
"Il Movimento non ha correnti. Ci sono opinioni diverse, d'accordo, ed è normale che sia così. Lo prevede la nostra natura e lo considero un plus. Le regole per la scelta del candidato arriveranno a breve. Lì si saprà tutto. Chi vorrà potrà mettersi a disposizione e poi saranno gli iscritti a scegliere. La democrazia funziona così".

Intanto la piattaforma Rousseau è stata "bucata" da due hacker. Cosa state facendo per la sicurezza del voto?
"Siamo al lavoro, saranno prese tutte le misure necessarie".

Temete cause legali per la perdita di dati sensibili?
"I nostri iscritti si fidano di noi".

Ha detto che Minniti vi ha copiato sull'immigrazione, ma vi siete opposti alla missione in Libia. Perché?
"Nessuno è stato in grado di dirci esattamente per fare cosa, con quali limiti, quali rischi. Una confusione e un'improvvisazione spaventosi".

Definire "taxi del mare" i barconi carichi di persone che fuggono da guerre e torture o, nel migliore dei casi, dalla miseria, non è una mancanza di umanità?
"Chi mi critica per questo guarda il dito e non la luna. Quell'espressione serviva a denunciare i casi, isolati ma presenti, di Ong che si spingono fino al limite delle acque territoriali libiche ed entrano in contatto diretto con gli scafisti".

Non la preoccupa il mancato rispetto dei diritti umani in Libia?
"Certo che ci preoccupa. Per questo il governo italiano dovrebbe lavorare per la stabilizzazione ".

Sullo ius soli vi asterrete, benché aveste presentato una legge ancora più avanzata. Perché questo voltafaccia?
"Questa legge è uno strumento di propaganda elettorale nelle mani del Pd, basta guardare i tempi con cui lo hanno portato in aula. Il tema va affrontato a livello europeo".

I principali Paesi europei hanno già buone leggi sulla cittadinanza. Lei ha detto di ispirarsi a Pertini, ma in passato ha anche detto che nel Pantheon del Movimento può esserci Almirante. Non crede che incarnino valori e storie incompatibili?
"Pertini è il mio personale modello di riferimento e trovo assurdo che qualcuno voglia impedirmi di ispirarmi a lui. Su Almirante ho solo detto che, girando l'Italia, ho incontrato tanti nostri elettori che avevano Almirante, De Gasperi o Berlinguer come riferimento. Per dire che nel Movimento si sono superati gli schieramenti ideologici. Abbiamo messo insieme persone sulla base di valori anche opposti ".


sabato 12 agosto 2017


Madri assassine. Intervista alla Criminologa e Psicologa Forense Roberta Bruzzone

 di Luigi Cacciatori


ROMA, 10 AGOSTO 2017 - Ci si chiede spesso quali motivazioni profonde possano essere celate dietro l'infanticidio: il crimine più aberrante, feroce e forse innaturale che gli esseri umani conoscano. Cosa scatta nella mente delle madri assassine? Quanto influisce il loro vissuto personale, eventuali traumi o abusi, disturbi che possono insorgere dopo il parto o la mancanza di un adeguato contesto familiare sul quale poter contare?

La Dottoressa Roberta Bruzzone - Psicologa Forense, Criminologa Investigativa, Profiler, scrittrice, docente universitario e Presidente dell'Accademia Internazionale di Scienze Forensi - spiega ai lettori di InfoOggi le cause dell'infanticidio nella specie umana, nonché le forme di prevenzione per evitare che il fenomeno si verifichi.

Dottoressa Bruzzone, non tutti i crimini sono conseguenza di disturbi mentali. È così anche riguardo le cause dell'infanticidio?

“Ciò che emerge chiaramente dall’analisi criminologico-forense di questa fattispecie criminale è che, per quanto riguarda i delitti in ambito familiare e principalmente quando è la donna, madre, moglie o figlia, a vestire i panni dell’assassina, spesso ci troviamo di fronte ad una elevata aspettativa sociale di “anormalità”, che trova debito riscontro nell’elevatissima incidenza delle richieste di perizia psichiatrica in questi casi. La presunta follia in preda alla quale l’assassina avrebbe agito diventa una sorta di “ansiolitico” collettivo. Nella mente della maggior parte delle persone sembra innescarsi il seguente meccanismo: “l’ha ucciso/a perché è pazza quindi una cosa del genere non può succedere a me che pazza/o non sono”. Purtroppo l’analisi dei molti casi che rientrano a pieno titolo all’interno di tali scenari ci dicono chiaramente che, accanto a madri immature che vengono colte dal panico al momento del parto, esistono madri, e purtroppo molte più di quanto ci piacerebbe pensare, che arrivano non solo a premeditare il delitto ma anche a mettere in atto dei veri e propri tentativi di depistaggio e, nel tentativo di farla franca, raccontano episodi di vittimizzazione mai avvenuti. Probabilmente occorrerebbe farsi qualche domanda in più sul cosiddetto “Istinto materno” dal momento che, come tutti i comportamenti umani del resto, ad una più attenta analisi sembra ben lungi dall’essere determinato biologicamente. Certo, la “spiegazione” psicopatologica ci seduce da almeno due prospettive in quanto ci permette, da un lato, di fornire comunque una spiegazione – “la follia” – e, dall’altro, di allontanare da noi la possibilità di commettere un atto così atroce, dal momento che matti non siamo o, almeno, non crediamo di essere”.

Quali sono i fattori predisponenti e scatenanti? Hanno maggiore influenza cause biologiche, psicologiche o sociali?

“Un famoso studio condotto dallo psichiatra Philip Resnick sull’infanticidio ci fornisce degli utilissimi spunti. Resnick aveva trovato che le madri che uccidono i loro bambini non più neonati spesso sono psicotiche, depresse e nutrono ideazione suicidaria mentre le madri che uccidono i loro neonati solitamente non sono affette da tali psicopatologici di tale gravità. Fu proprio tale osservazione di carattere prettamente statistico che spinse Resnick a ritenere che la categoria delle “infanticide” dovesse essere a sua volta suddivisa in neonaticide (quando viene ucciso un bambino entro il suo primo giorno di vita) e figlicide (in tutti gli altri casi). Si possono tuttavia descrivere una serie di scenari situazionali e motivazionali del figlicidio materno in un continuum che va dall’assenza di patologia a carico dell’omicida via via verso le forme di patologie più gravi ed in grado di inficiare del tutto la capacità di determinarsi (quindi l’imputabilità in sede giudiziaria). Ma c’è un elemento, sempre più ricorrente purtroppo, che in queste storie sconvolge ancor più profondamente perché dimostra l’esistenza di una lucida ferocia in molte di queste madri: il tentativo di dissimulare l'infanticidio, alterando la scena del crimine, depistando gli inquirenti magari attraverso la simulazione di un incidente fatale e attribuendo la responsabilità a terzi non ben identificati. E Veronica Panarello non è certo la prima ad aver tentato tale sciagurata traiettoria. Anche Maria Patrizio, la mamma di Lecco che ha annegato Mirko, il figlio di cinque mesi, nella vasca da bagno ha cercato di farla franca simulando una improbabile rapina. Ma non è l'unica. Anche Olga Cerise, la donna che il 24 giugno 2002 annegò i figli piccoli in un laghetto nei pressi di Aosta, aveva cercato di depistare gli inquirenti sostenendo la tesi che i figli fossero annegati per un malaugurato incidente”.


Nei casi di cronaca degli ultimi anni, pensa che alcune cause di infanticidio siano riconducibili alla spinta imitativa derivante dai media?

“No, non credo che l’influenza dei media (che parlano di queste vicende sempre più spesso) possa innescare una spinta emulativa per questa categoria di omicidi. Si tratta di scenari intrapsichici e relazionali molto complessi che non risentono particolarmente di ciò che viene raccontato in Tv o sui social media”.