giovedì 16 novembre 2017

Carmelo Musumeci

21:28 (10 ore fa)
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Digiuno contro l’ergastolo nella giornata della dichiarazione dei diritti dell’uomo

 
di Damiano Aliprandi
Tantissimi detenuti ed ergastolani di tutta Italia digiuneranno contro la pena dell’ergastolo. L’iniziativa non violenta si svolgerà il 10 dicembre prossimo, in occasione dell’anniversario della dichiarazione dei diritti dell’uomo. Una data scelta non a caso. L’ergastolo viola i diritti dell’uomo? Sì, se non contempla la possibilità della scarcerazione e la possibilità di una revisione dopo alcuni anni di sconto della pena. La Corte europea, nel passato, ha condannato alla pena dell’ergastolo proprio in base a questi principi. La Grande Camera dei diritti dell’uomo, infatti, con un’importante sentenza depositata il 9 luglio del 2013 ( caso Vinter nel Regno Unito) per un ricorso presentato da tre britannici in carcere per omicidio, ha affermato il principio per cui l’ergastolo senza possibilità di liberazione anticipata o di revisione della pena è una violazione dei diritti umani, poiché l’impossibilità della scarcerazione è considerata un trattamento degradante e inumano contro il prigioniero, con conseguente violazione dell’art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani. L’articolo specifica infatti che «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». In Italia esistono due tipi di ergastoli: quello normale e quello ostativo. Il primo consiste nel riconoscere al condannato benefici, quali permessi premio, semilibertà ovvero liberazione condizionale; per il secondo, invece non viene concessa la possibilità di alcun beneficio e rimane una pena perpetua.

L’iniziativa fissata per il 10 dicembre è organizzata dall’associazione Liberarsi.Saranno coinvolti non solo i detenuti e familiari, ma anche alcuni parlamentari, uomini e donne della Chiesa, esponenti dell’avvocatura, magistrati e professori universitari. Tutti uniti per favorire un vero dialogo con le istituzioni e invitare le persone, tutte, a una riflessione nel senso stesso dei principi della giustizia italiana. In prima fila c’è l’ergastolano Carmelo Musumeci, plurialureato e autore di numerosissimi libri di denuncia verso la condizione da “ostativo”. Conduce, ormai da anni, una battaglia per l’abolizione dell’ergastolo cercando di aprire un di- battito sulle ragioni e sul senso di una pena senza fine che in Italia è la storia di oltre 1000 persone. Così commenta a Il Dubbio le ragioni della battaglia: «Gli “uomini ombra”, così si chiamano fra di loro gli ergastolani, non hanno più niente in comune con gli altri prigionieri perché vivono in un mondo completamente diverso da quello di tutti gli altri. Tutti gli altri prigionieri, infatti, hanno delle speranze, dei sogni. Gli ergastolani invece non hanno più nulla. La cosa più brutta per l’uomo ombra è che il suo futuro non dipende più da lui perché con la pena dell’ergastolo egli diventa solo uno spettatore della propria vita. Questa terribile condanna è un insulto alla ragione, al diritto e alla giustizia perché dopo tanti anni di carcere diventi un altro, ma l’Assassino dei Sogni, il carcere come lo chiamano i prigionieri, ti ricor- da che sei sempre quello di prima. Per questo l’uomo ombra non ha più speranze da sperare. E non ha più sogni da sognare. Il rapporto con il resto del mondo per un uomo ombra è diverso da quello di tutti gli altri prigionieri perché, mentre gli altri sanno quando usciranno, lui sa che quella data non esiste per lui. Per questo molti preferirebbero morire subito piuttosto che così, poco per volta. Un uomo ombra per soffrire di meno deve vivere alla giornata. Non deve mai più sperare in niente. E non gli deve importare più nulla del resto del mondo. Deve vivere di nulla in mezzo al nulla. E soprattutto deve dimenticarsi che una volta era un essere umano. Per noi uomini ombra, gli anni vanno e vengono senza nessuna importanza. Fino alla fine dei nostri giorni. Fino alla fine della nostra vita. Fino alla fine di tutto. L’unica speranza che rimane all’uomo ombra è quella della morte».

ANCHE IL GRILLINO DI BATTISTA È ( O ERA?) CONTRARIO
Nel 2014, un gruppo di intellettuali, giuristi e parlamentari bipartisan avevano depositato una proposta di iniziativa popolare che prevede l’abolizione dell’ergastolo ostativo. C’erano firme bipartisan come Stefano Rodotà, don Luigi Ciotti, Massimo D’Alema, Alfonso Papa e anche quella di Alessandro Di Battista, deputato del Movimento 5 Stelle. Qualche tempo prima, durante il governo presieduto da Letta, era stata depositata anche una proposta di legge – tuttora rimasta congelata nella Camera –, sempre in senso abolizionista, presentata dai parlamentari Danilo Speranza e Danilo Leva. «Dobbiamo restituire dignità alle persone – aveva detto Danilo Leva del Pd, uno dei firmatari della proposta -, uno Stato che non dà speranza ai detenuti non è uno Stato. Dobbiamo avere il coraggio di non cedere ai populismi e alla demagogia». Contro l’ergastolo si erano prenunciati anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il capo del Dap Santi Consoli. L’hanno fatto, nel 2015, durante il congresso dell’associazione del Partito Radicale Nessuno tocchi Cainoorganizzato nel carcere milanese di Opera con il titolo ‘ Spes contra spem’. Recentemente il garante nazionale dei detenuti Mauro Palma ha sollevato nuovamente la questione invitando le istitituzioni ad una riflessione. Il suo invito è arrivato dopo che ha ricevuto, ad aprile, un appello da parte di 100 ergastolani che provocatoriamente avevano dichiarato di voler avviare la raccolta firme per una proposta di legge che dovrebbe permettere a chi sta scontando la pena dell’ergastolo, in particolare quella dell’ergastolo ostativo, di ricorrere all’eutanasia. Una “provocazione” composta da più messaggi che i detenuti hanno scritto tramite il passaparola tra le carceri nella quale i carcerati confessano di sentirsi dei «morti viventi, privi di speranza, e senza la possibilità riavere una sola gioia di vita nel futuro».



 
È  possibile partecipare al digiuno del 10 Dicembre aderendo qui: 
 
 
Abbiamo un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia
 
 Hanno aderito molte Associazioni, compresa la Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, il primo Sacerdote a schierarsi contro l'ergastolo,  e anche molti ergastolani hanno già dato la loro adesione, che è stata pubblicata sul sito dell’Associazione, www.liberarsi.net, per sensibilizzare e ricordare alla classe politica e all’opinione pubblica che in Italia esiste la “Pena di Morte Nascosta”, come Papa Francesco ha definito la pena dell’ergastolo.


 L'intero libro è scaricabile sul sito www.carmelomusumeci.com
Il cartaceo si può richiedere a zannablumusumeci@libero.it


Omaggio alla grandissima Alda Merini



di Augusto La Torre… dal carcere di Ivrea 



“….pochi sanno che i deliranti camminano come segugi dietro una traccia di sangue e che questo dolore produce in loro dimenticanze inavvicinabili…”
 (brano estrapolato da una poesia di Alda Merini)

     

Durante la mia lunga detenzione ho trascorso, e trascorro, moltissimo tempo leggendo e studiando. La mia curiosità mi ha fatto spaziare in lungo e in largo. Non sono mai stato un fedele lettore di uno o più scrittori, anche se annovero alcuni scrittori tra i miei preferiti. Ritengo che il gusto letterario, come altre passioni, sia espressamente soggettivo. Spesse volte sono stato indotto dalle recensioni di autorevoli scrittori, giornalisti e intellettuali a comprare libri che puntualmente si sono rilevati dei bidoni, altre volte è stato il mio istinto a guidarmi e perciò ho scelto scrittori sconosciuti rilevatisi dei fenomeni, altre volte lo stesso mio istinto mi ha fatto fare scelte molto deludenti, ma se non esistessero libri mediocri non potremmo apprezzare i capolavori.
     Amo in maniera incondizionata tutto quanto riguarda la carta stampata, ad eccezione dei quotidiani che leggo soltanto per il gusto di mettere un NON davanti alle frasi affermative e un È VERO dinanzi alle frasi negative.
     Spesso noi italiani siamo soliti elogiare scrittori, poeti, artisti, musicisti e intellettuali di oltreoceano o di altre Nazioni. Quasi sempre gli elogi sono giusti, altre volte sono esagerati e dovuti più alla moda o alla corrente politica di appartenenza (anche se spesso alcuni artista sono stati etichettati come uomini di sinistra o di destra, senza che abbiano mai espresso una loro preferenza) che alla loro bravura.
     Quando si tratta di elogiare i nostri artisti, chissà per quale motivo, tendiamo sempre a sminuire la loro bravura.
     È indubbio che i “poeti maledetti”, iniziando da Baudelaire per seguire con  Verlaine, Rimbaud e Mallarmé,  considerati ribelli e bohemien hanno scritto, per chi ama il genere, opere indimenticabili e bellissime ma siccome su questi grandi poeti e scrittori si è scritto e detto moltissimo, e si sono studiati anche a scuola, voglio elogiare la grandissima Alda Merini poiché è sicuramente allo stesso livello dei predetti poeti, anche se personalmente la preferisco a loro.
     Se volessimo paragonare Alda ai “maledetti”, credo che “maledetta” come Alda ce ne siano stati pochissimi. Se, invece, volessimo addentrarci in un’analisi delle tematiche raccontate da Alda e dei tormenti dell’anima quanti di loro potrebbero paragonarsi a Lei? Quale anima è tormentata quanto quella di Alda?

     Non voglio recensire le opere famose di Alda, non ho la preparazione per farlo come saprebbe fare un esperto di poesia. Sono un umile leggente (come direbbe il bravo Erri De Luca), nel senso che amo leggere tutto per il gusto di apprendere e viaggiare con la mente.
    Oggi voglio parlarvi di una sola poesie che Alda ha dettato alla sua amica Bianca e che a distanza di anni quest’ultima ha deciso, dopo molte incertezze perché le custodiva gelosamente perché le sentiva come una cosa sua, di pubblicare per regalarci altre emozioni.
     Tengo a precisare che quando scrivo grandezza, non mi riferisco alle qualità morali della donna Alda Merini perché non potrei mai esprimere un parere su una persona mai incontrata né amo fare congetture cercando di delineare un carattere di una persona dalle cose lette in giro. Ecco perché mi riferisco alla grandezza della poetessa e dei suoi capolavori, punto.
     Vorrei iniziare dalla originalità che Alda dimostrava quando imponeva alla sua amica Bianca di scrivere le poesie che stava per dettarle. “Bianca scriva!”. Non le importava nulla che la sua amica si chiamasse Emilia (Emilia Rebuglio Parea), per lei era Bianca e tale è rimasta fino alla fine.
     Immaginatevi un poeta francese o statunitense bravo ed estroverso quando volete, che per anni e anni chiamasse il suo migliore amico con un altro nome senza che questi si offendesse. A me viene difficile immaginare Baudelaire, Mallarmé e altri “maledetti” comportarsi con tanta naturalezza come faceva Alda e di conseguenza credo sia impossibile che un'altra persona al posto di Bianca avesse accettato con tanta pazienza e ironia il comportamento di Alda. Ecco, già da questo si evince che il loro rapporto “bizzarro” era sinonimo di poesia pura. La poesia è un tourbillon di emozioni, di stati d’animo e di bellezza che non si possono delimitare o rinchiudere dietro etichette. Essa è anche leggerezza, ironia e felicità, non per forza dolore e spleen.

     Perché ogni volta che si parla di Alda si parla dei suoi periodi trascorsi in manicomio?
Trovo davvero ingiusto questo continuo accostamento con i suoi disturbi mentali. Sa tanto di ipocrisia e di quel maligno voler dire: brava è brava, ma è matta!
     Cos’è la follia? Cos’è la normalità? C’è qualcuno che può spiegarcelo?
    
Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza”. 

(da “Eleonora” – “Racconti del Terrore”, 1841)

     Personalmente, quando si fanno simili accostamenti, ci vedo una sottile malvagità e tanta invidia. L’arte è arte. La poesia è poesia. La pazzia o la normalità non hanno nulla a che vedere con l’arte. Quando ammiriamo un dipinto di Van Gogh o di Chagall ammiriamo la bellezza della loro pittura e il fatto che  entrambi abbiano sofferto di problemi mentali diventa secondario.
Terra Santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti”…

     Perché sprecare tempo nel parlare di malattia quando nei versi di Alda appena scritti c’è ogni aspetto dell’essere umano? Fede, religiosità, spiritualità, dolore, emozioni e speranza. Certo, molti potrebbero obiettare che senza il manicomio Alda non avrebbe scritto le poesie che tutti amiamo. Luogo comune. Perché se l’equazione manicomio/carcere poesia/scrittura fosse vera allora in Italia avremmo più poeti e scrittori che nel resto del mondo visto che le nostre prigioni sono sempre sovraffollate.
     La poesia, la narrazione, la capacità di descrivere magistralmente i propri o gli altrui stati d’animo sono doti innate e sono il frutto degli studi effettuati, ed Alda è stata una studentessa brillante. Perciò questo voler a tutti i costi accostare la bravura e la grandezza di alcuni mostri sacri della letteratura mondiale ai loro brevi o lunghi periodi di prigionia o alle loro vere o presunte malattie mentali è una forzatura che ritengo profondamente sbagliata e del tutto fuori luogo.


     Secondo me Alda, come altri grandi della letteratura, avrebbe scritto dei capolavori anche senza il manicomio. Anzi a dirla tutta, penso che i periodi trascorsi in manicomio e i farmaci assunti le abbiano annebbiato il cervello e limitato la creatività e a noi hanno privato di altri suoi capolavori. Come si può pensare di scrivere, anche solo delle banali lettere, sotto l’effetto degli psicofarmaci? Provatevi e poi vi renderete conto che è impossibile. E parlo per esperienza diretta visto che in manicomio ci sono stato e gli psicofarmaci li ho dovuti assumere!
     Se proprio volessimo tirare in ballo la privazione della libertà, possiamo dire che un internato ha molto tempo libero e quindi potrà dedicarsi alle proprie passioni. Ma se non ci sono le basi e non si ha del talento innato nessuno potrà diventare un artista.
     Prima di salutarvi voglio dedicarvi una delle poesie che Alda ha dettato alla sua amica Bianca, le altre potrete leggere acquistando il libro che troverete in vendita e che vi consiglio vivamente.
Vi dedico la seguente poesia di Alda Merini perché la trovo semplicemente meravigliosa:
Non è detto che chi tace ascolti.
Le parole sono equivocabili, il silenzio no.
È più facile sopravvalutare chi tace che chi parla.
Chi parla dà, chi tace prende.
Mi sono pentita di essere stata zitta, meno di aver parlato.
I taciturni hanno un grande vantaggio:
il silenzio non può essere riportato.
Il silenzio è riposante.
C’è taciturno e taciturno.
L’avaro è taciturno.
Il pigro è taciturno.
L’egoista è taciturno.

     Un ultimo consiglio: Vi prego, non fatevi influenzare da coloro che vogliono a tutti i costi descrivere il contenuto o i messaggi delle poesie o delle opere degli artisti. Non esiste mai un solo significato. Quello che vi descrivono è soltanto il loro significato, le loro percezioni, ma essendo ognuno singolare e diverso, è ovvio che il significato o le emozioni descritte dai critici o dagli esperti non potrà mai rispecchierà il vostro.
Cosa c’è di vero in questo mondo?
Qual è la differenza tra sogno realtà?
    
     Personalmente sostengo che sognare non significhi illudersi, bensì NON FARSI RINCHIUDERE! La poesia, la pittura, la letteratura, la filosofia, insomma tutte le arti sono espressioni dell’anima dell’autore. Ecco perché non bisogna mai obbligatoriamente cercare di comprendere cosa voglia dire un artista con la propria opera. Ognuno di noi ha la capacità di leggere messaggi che possono differenziarsi da persona a persona, perché ognuno di noi ha una propria storia, una propria mentalità, una propria cultura, un proprio background, dei propri ideali e dei propri valori.
     Vi chiedo di leggere la sopracitata poesie di Alda senza cercare di comprendere il suo contenuto pensando alla vita di Alda. Interpretate le parole a seconda del vostro stato d’animo, del vostro gusto, del vostro bisogno, della vostra sensibilità perché vivere un’emozione come quella che può donarvi una poesia di Alda significa permettere alle emozioni di toccare la vostra anima. 
     Non importa se l’emozione sia tanto forte da graffiare o molto leggera da sfiorare la vostra anima, quel che conta è che arrivi alla vostra anima, anche se la sfiorerà appena.
     Non fermatevi alle apparenze, non giudicate mai un artista per le sue azioni o per i suoi disturbi mentali o perché colpevole di gravi crimini, giudicate la sua arte e se vi piace godetevela perché:
“UN ARTISTA E’ SEMPRE INNOCENTE. E SE NON LO E’ LUI COME UOMO LO E’ LA SUA OPERA”

(Vasco Rossi)

“Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, che potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero, perché eravamo vicine a Dio, e la nostra sofferenza era arrivata fino al fiore, e era diventata fiore essa stessa”.


Alla prossima.  Ivrea, 

Otto novembre 2117 – Augusto La Torre


domenica 12 novembre 2017

  
“SOCIALMENTE PERICOLOSI”

AL SENATO DELLA REPUBBLICA LA PROIEZIONE DEL FILM DEL GIORNALISTA E REGISTA FABIO VENDITTI




SGAMBATO (PD):  UN MOMENTO DI RIFLESSIONE E DI CONFRONTO SULLE INTERESSANTI TEMATICHE PROPOSTE DAL FILM NATO DAL LIBRO DI VENDITTI "LA MALA VITA: LETTERA DI UN BOSS DELLA CAMORRA AL FIGLIO"

 

 
L'On. Camilla SGAMBATO 

Il film, autobiografico, racconta la storia del rapporto fra il regista Fabio Venditti e l'ergastolano Mario Savio, che ha portato alla realizzazione del libro "La mala vita: lettera di un boss della camorra al figlio" (2006, Mondadori).

Moderati da Marilù Musto, giornalista de Il Mattino, l’introduzione sarà curata dalla deputata Sgambato, componente della VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, mentre gli interventi saranno dell’avvocato Francesco Piccirillo e del regista Venditti.
Le conclusioni saranno affidate a Santi Consolo, Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria – DAP, e Raffaele Piccirillo, Capo Dipartimento per gli Affari di Giustizia.

“Sarà un momento di confronto vivace e stimolante quello che vivremo domani mattina a margine della proiezione del film ‘Socialmente pericolosi’, che ho personalmente voluto che avvenisse in Parlamento, così da aprire una riflessione sugli aspetti socio-culturali ed educativi della vita, delle azioni e dei comportamenti assunti dai protagonisti del lavoro del regista Venditti, capace di mettere in risalto temi e questioni come la giustizia, la carcerazione preventiva, la funzione rieducativa del carcere ed il trattamento riservato ai detenuti, anche appartenenti alla malavita organizzata”, dichiara l’On. Sgambato.

Roma, 09.11.2017




SINOSSI DEL FILM “SOCIALMENTE PERICOLOSI”
     Fabio Valente è un giornalista della vecchia guardia, sempre alla ricerca di storie da raccontare e di ingiustizie da denunciare. Ma i tempi sono cambiati. La tv adesso è piatta, noiosa.
    Fabio prende una telecamera e va a girare per conto suo il servizio nel reparto di Alta Sicurezza del carcere di Sulmona; cosa che i suoi capi non avrebbero voluto. Lo chiamano "il carcere dei suicidi" e il giornalista vuole capire perché lì i detenuti si uccidano. I suoi ottimi rapporti con i dirigenti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria gli consentono di avere accesso a quella zona off limits per la stampa.
      Conosce l'ergastolano Mario Spadoni, boss dei Quartieri Spagnoli di Napoli durante la terrificante guerra di camorra degli anni '80. Si crea un rapporto di fiducia fra i due uomini, tra l'altro perfettamente coetanei (cinquant'anni). Dopo la prima intervista, che verrà proiettata nel teatro del carcere qualche giorno dopo, gli incontri continuano. Dai racconti del boss nasce un libro, che viene pubblicato dalla più importante casa editrice italiana, la Mondadori. Un rapporto che ormai va avanti da mesi.
     Nel frattempo, grazie ai rapporti che Mario gli crea attraverso i suoi parenti, Fabio fonda l'associazione culturale 'Socialmente Pericolosi' e crea una scuola di tv per i ragazzi dei Quartieri, di cui sarà Presidente il penalista Avv. Francesco Piccirillo, difensore "storico" del boss Spadoni. Fabio vuole sfidare l'esclusione sociale alla quale questi ragazzi, compresi i figli di Mario, sono condannati.
   Mario Spadoni si ammala. La diagnosi è quasi senza speranza: cirrosi epatica (di origine virale) complicata da quattro carcinomi. Fabio sente suo preciso dovere combattere perché il detenuto abbia cure adeguate. Si è creata un'amicizia e, ancora di più, il giornalista sente che si tratta di una importantissima battaglia da affrontare, per una semplice questione di giustizia.
       Passano mesi prima che il boss venga ricoverato - e riportato in carcere dopo pochi giorni - e la situazione si aggrava. C'è un solo modo per garantirgli la terapia quotidiana necessaria per neutralizzare i carcinomi ed entrare in lista per il trapianto di fegato: farlo uscire dal carcere, portarlo in detenzione domiciliare. È in cura a Roma e bisogna trovare un indirizzo in città. Fabio offre la sua ospitalità al boss.

Una scelta così complicata è possibile anche grazie alla storica complicità umana e ideale e alla forza del rapporto con sua moglie Patrizia. Lei è una dirigente sindacale, è una donna molto combattiva e dal carattere forte, abituata ad affrontare il conflitto sociale e le difficoltà. Sa benissimo che questa battaglia è giusta. Ma mette in guardia il marito per la necessità di moltiplicare le attenzioni verso la figlia Viola (15 anni). E alla fine condivide e lo sostiene fino in fondo.
     Fabio e Patrizia hanno anche una figlia più grande (Sara, 23 anni), sposata con Luca. Vive al piano di sotto ed è una bravissima montatrice. Proprio contando su di lei il giornalista ha fondato la sua scuola di tv. Che si conquista le attenzioni della Rai (il Tg2 ha un nuovo direttore molto più dinamico) e li porta a realizzare due reportage (uno in due puntate) per Tg2 Dossier. Brani di questi lavori, molto emozionanti visto il vissuto dei giovani 'reporter', saranno montati in alternanza con la parte recitata, che è comunque assolutamente predominante.
     Per rendere ancora più agevole la terapia a Mario Spadoni, detenuto per condanna all'ergastolo, l'Avv. Piccirillo chiede ed ottiene per lui, dal Tribunale di Sorveglianza di Roma, la sospensione dell'esecuzione della pena. È libero, ma commette l'errore di tornare nei Quartieri Spagnoli.  Parte una soffiata: "gira armato". Due carabinieri in borghese lo affiancano in moto ed estraggono le loro armi. Mario si spaventa e scappa. Viene raggiunto, picchiato e arrestato. Per violenza, resistenza a pubblico ufficiale e porto e detenzione abusiva, nonostante l'arma non sia stata rinvenuta. Fabio crede nell'innocenza di Mario. Dopo tre giorni, mentre è rinchiuso a Poggioreale, arriva la chiamata per il trapianto. Dopo il successo della terapia, il paziente era entrato in lista. Deve insistere con forza e con tutte le autorità possibili, ma alla fine la direzione sanitaria dell'ospedale Gemelli riesce a farsi portare a Roma il paziente da Napoli, naturalmente sotto scorta. All'alba il trapianto comincia e riesce perfettamente.

      Sembra quasi un miracolo: Mario, che poco tempo prima sembrava sul punto di morire dopo essere entrato in coma epatico, è in via di guarigione, ma deve rientrare in carcere, perchè a causa dell'accusa di aver portato un arma in "luogo pubblico" il Tribunale di Roma gli revoca il beneficio della sospensione dell'esecuzione della pena. L'avvocato ottiene nuovamente la scarcerazione del boss, ma viene riarrestato da lì a poco: estorsione; reato commesso mentre girava per i Quartieri col pretesto di collaborare alle finalità dell'Associazione. Fabio si sente tradito e usato, ma ha comunque la soddisfazione di essere riuscito a tenere insieme quel gruppo di ragazzi di strada. Fino al momento in cui la Rai propone all'associazione questo film.
     I ragazzi perdono la testa. Non sono abituati a gestire un successo. Ricattano, pretendono molti soldi, sono convinti di essere diventati un tesoro. Nuova delusione per Fabio, che rompe con loro. Non con tutti, però. Qualcuno ce la farà.
Mario Spadoni, invece, ce l'ha fatta nella battaglia per la sopravvivenza ma non in quella dell'ingresso in società come educatore alla legalità. Viene condannato a sei anni per l'estorsione per la quale è stato arrestato in ospedale.

  


sabato 11 novembre 2017





“Il Corruttore”, inizia il tour di Alberto Di Nardi nei comuni della provincia di Caserta

L’autore del libro edito da “Luigi Pellegrini Editore” sarà

a Santa Maria Capua Vetere sabato 11 novembre





“Il libro nasce il giorno del mio arresto, nella cella 21 del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Strumento e compagna al contempo, la scrittura mi ha aiutato a frenare l’aumento del peso che sentivo gravare su mio figlio e mia moglie. Ed è stata proprio lei a convincermi ad inviare il diario ad una casa editrice. La cattura mi ha liberato dal fardello di una situazione insostenibile che mi aveva trasformato, seppur per un breve periodo, in una persona diversa”. Così Alberto Di Nardi, ex patron della Dhi Di Nardi Holding Industriale S.p.A., ha presentato il suo libro, mercoledì 8 novembre, in una gremita Biblioteca Diocesana immersa nel cuore pulsante della città di Caserta.

 

Il romanzo “Il Corruttore” (Luigi Pellegrini Editore) si pone come una sorta di pubblica denuncia di un corruttore reo confesso con l’intento di ricostruire con dovizia di particolari tutta la propria vicenda partendo dal punto di vista del “cattivo”, o meglio di un imprenditore valido e preparato divenuto poi esperto “corruttore” invischiato in un sistema che promuove l’arrivismo spietato e ignora le leggi dello Stato e della morale. Dopo l’arresto, nel marzo 2016, l’imprenditore diventa una delle fonti più attendibili dei magistrati della Procura di Santa Maria Capua Vetere e comincia una coraggiosa campagna di denuncia nei confronti di politici ed amministratori comunali.

 

Dopo il successo della presentazione ufficiale, l’autore Alberto Di Nardi inizia un tour che lo porterà a confrontarsi con i futuri lettori in molte delle realtà territoriali in cui la Dhi S.p.A. ha svolto il servizio di raccolta rifiuti in questi anni. La prossima tappa è prevista a Santa Maria Capua Vetere sabato 11 novembre (ore 16.30) presso la sede dell’associazione “Ciò che vedo in Città - SMCV” in via Pierantoni. L’incontro è scaturito dalla volontà degli associati della Onlus sammaritana di ricevere delucidazioni rispetto a quei passaggi, contenuti nel libro “Il Corruttore”, in cui si fa esplicito riferimento a “palesi estorsioni di denaro” ad opera dei “picciotti dei clan della zona”. 

 

Per Alberto Di Nardi sono già previsti ulteriori incontri in diversi comuni casertani tra cui, a grande richiesta, quello fissato nella città di Maddaloni nelle prossime settimane.

 

Per la scheda tecnica o per sfogliare gratuitamente le prime pagine del libro: www.albertodinardi.it

 

Per tutte le iniziative, le presentazioni e ogni altra curiosità è possibile consultare la pagina Facebook: www.facebook.com/albertodinardiautore/

 

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martedì 7 novembre 2017

Augusto La Torre

“Il Camorfista”


da kriminale a Criminologo


Prefazione di Libero  Mancuso

Augusto La Torre il giorno della sua seconda laurea



“IL camorfismo è un disturbo comportamentale
e come tale può essere curato”.
Augusto La Torre







PREFAZIONE


     Sono invitato a partecipare alla seduta di laurea del detenuto Augusto La Torre, una volta capo di una omonima banda camorrista che distribuiva morte e dolore nell’agro casertano. La seduta si tiene in un’accogliente saletta dentro un carcere, quello di Scandicci. Si chiama Sollicciano e per accedervi è necessario superare barriere e controlli. Penso ad una seduta pro forma, nella quale viene premiato lo sforzo di apprendimento piuttosto che la conoscenza approfondita della materia che, oramai è noto, è la criminologia.
     Sono seduto accanto al direttore, al cappellano del carcere, alla ex-moglie del detenuto. E ad altri familiari. Inizia la prova: fioccano domande difficili, la Commissione intende accertare che quella voluminosa tesi di laurea faccia davvero parte del bagaglio di conoscenze acquisite dal detenuto, vuole stabilire se davvero si sia impadronito della materia. La senta non come altro da sé ma come acquisizione di una particolare, terribile, scienza umana. Se abbia smesso di considerarla niente più che un espediente, cui ha già fatto ricorso nella vita passata e di cui potrebbe servirsi oggi per acquisire ingiustamente dei meriti. E se sarà in grado di spiegarla, o persino insegnarla, a ipotetici suoi studenti o futuri pazienti.
     Il candidato si destreggia citando con disinvoltura autori stranieri, non solo europei. Si sofferma su ogni quesito che gli viene posto, si capisce che, in carcere da oltre 25 anni, ha affrontato la materia con impegno e con risultati che sorprendono la stessa commissione. Che alla fine gli assegna il massimo dei voti. Il candidato mostra, oltre ad una comprensibile emozione, una palese soddisfazione per il livello di istruzione raggiunto e che è in grado dì esprimere ad una commissione d’esame proveniente da una delle più illustri e antiche università europee. Al termine della prova, riceve congratulazioni dalla Commissione, abbraccia i presenti, increduli nell’ascoltare le sue risposte. partecipa ad un rinfresco.
     E’ chiaro, ci ha voluti tutti lì per poter dimostrare a se stesso ed ai presenti che si è al cospetto di un altro uomo che, uscito da una personalità sanguinaria, ha abiurato i riferimenti negativi che ispiravano la sua condotta di vita, e oggi crede nello studio, nell’istruzione, in un futuro civile. Un altro uomo, con un differente sistema di valori. Contrapposti a quelli che avevano ispirato le sue gravissime malefatte. Vuole dimostrare, a chi ha creduto in questa metamorfosi, che il carcere. il più duro, il più doloroso, persino il
regime inumano del 41 bis, subito per circa 13 anni quando sicuramente meritava un regime differenziato, ma di certo ingiustamente quando ha dovuto trascorrere ulteriori due anni, dal 2009 al 2011, quando era collaboratore di giustizia dal 2003 e paradossalmente per vicende, come si accerterà, a lui del tutto estranee, possono cambiare l’individuo se solo gli si riconosca fiducia, possibilità e diritto di studiare, di gestire un computer, di consultare una biblioteca, di entrare in contatto con un’Università degli studi. Ed avere il conforto di un valoroso Cappellano e la fiducia e il supporto di volontari di grandissima umanità. L’istruzione è obbligatoria, recita l’art. 34 della Carta fondamentale dei diritti nella sezione dedicata a rapporti etico-sociali, vuole che sia reso effettivo il diritto allo studio e, all’art. 27, prevede che il carcere non sia luogo dove avvengano comportamenti contrari al senso dì umanità e che debba tendere alla rieducazione del condannato.
     Augusto La Torre rappresenta la prova dell’importanza del connubio carcere-istruzione per riacquistare senso di umanità e voglia di far parte di un contesto civile. Di acquisire speranze in un futuro di affetti, impegno, lavoro. E’ alla sua seconda laurea e, subito dopo averla conseguita, lo abbracciamo tutti, consapevoli di avere assistito ad una prova unica, straordinaria, alla riconciliazione di un uomo con il tessuto civile, con le regole di una democrazia, con l’etica del rispetto della vita umana. E’ per questo che ad alcuni di noi sembra che qualche minuto dopo si uscirà tutti insieme, compreso il candidato. Quel carcere sembra ormai un’inutile sofferenza. Ha già prodotto i risultati cui la detenzione deve tendere.
      Per Augusto La Torre questo scritto rappresenta la definitiva liberazione da un passato cupo, intriso di sangue, violenza, sopraffazione. Che voleva rappresentare, per poterlo considerare rimosso. So che oggi La Torre ha fornito un importante percorso di riscatto civile ed umano e che rappresenta la prova che da crimine è possibile uscire acquistando dignità e consapevolezza civile, in precedenza smarriti.

Libero Mancuso


  

  






“IL CAMORFISTA”
è il libro di Augusto La Torre
(in allestimento)

Ecco, per gentile concessione dell’editore,  uno stralcio della introduzione


     La mia vita potrà essere interamente compresa solo da chi è nato e cresciuto nella mentalità camorfistica. Non intendo giustificare il mio trascorso criminale, sono consapevole di aver fatto del male, ma voglio dimostrare che tutti gli uomini e tutte le donne possono cambiare, e anche un criminale può redimersi.

     Nel mio libro le persone e i luoghi sono stati chiamati con il loro vero nome, e indicati con le sole iniziali, ove ho ritenuto giusto rispettarne la riservatezza. Se qualcuno non è stato menzionato, è perché la mia memoria non ne ha conservato traccia o perché non gradivo entrasse nel mio libro. Se invece ho preferito usare soltanto alias e non il vero cognome è perché a distanza di tanti anni non lo ricordo più.

     Ho confessato oltre quaranta omicidi, quasi tutti materialmente commessi in concorso con i miei ex amici del Clan La Torre e del Clan Esposito di Sessa Aurunca, altri ordinati. Ho voluto evitare di assumermi la responsabilità morale di moltissimi altri omicidi e stragi commessi dal 1981 al 1990, dal clan Bardellino prima e dai Casalesi dopo, e dei quali ero a conoscenza per aver partecipato alle riunioni nelle quali erano decisi, poiché il mio consenso o la mia presenza, come quella di altri capi zona, in quelle riunioni erano del tutto superflue. Si trattava di nemici operanti nei territori sotto il diretto dominio dei Casalesi e quindi, come io e altri capi zona decidevamo di eliminare i nostri comuni nemici nelle nostre zone, così facevano i Casalesi.


     Non ho voluto e non voglio fare come alcuni megalomani, che si sono accusati di cinquecento omicidi definendosi capi e vantando quanto commesso, quando in realtà non sono mai stati capi e non hanno mai sparato a un solo uomo. Racconterò i fatti e i crimini direttamente riconducibili al mio ex clan, senza aggiungere e senza togliere nulla, come risulta anche dalle sentenze definitive, ma correggendo gli errori di bugiardi e megalomani che, pur di attribuirsi ruoli che non rivestivano, hanno voluto parlare di reati che non hanno commesso e che non conoscevano. Il mio intento è inviare un messaggio forte ai giovani, così che possano capire che quello che offre la camorra è solo morte, sofferenza e carcere, null’altro. Dove per morte è intesa anche la propria, giacché dal camorfismo si esce solo morti o dopo 30 anni di carcere, se si è fortunati.

     Sento gli oltre 25 anni passati in carcere non come una vergogna, né come un sogno maledetto. A volte ho quasi amato queste celle, queste tombe di morti viventi, solo grazie allo studio e alla pratica dello Yoga ho potuto incontrare me stesso, come direbbe Karl Gustav Jung: “Ho potuto conoscere la mia Ombra, e fare in modo che questa non avesse più la meglio sul mio sé, e sondare quel luogo misterioso dove nessuno può accompagnarci: l’anima”. Così, il 4 febbraio 2003, ho deciso di chiudere per sempre con il crimine e l’ho fatto per davvero!


     Incontrare la propria Ombra non è semplice né piacevole, tutt’altro. Chi ha studiato e amato il pensiero e gli studi di Jung sa a cosa mi riferisco, lo stesso Jung ha descritto la sua Nekia in maniera affascinante. Anch’io, amandone moltissimo il pensiero, ho cercato di seguire un’autoanalisi, una mia personalissima Nekia. Ricordo perfettamente l’incontro-scontro con la mia Ombra. Confesso che è davvero difficile, forse impossibile per me riuscire a descrivere il fenomeno che ho vissuto, ma voglio provarci perché mi piacerebbe che il lettore si sforzasse di capire parte del mio vissuto interiore. Per la prima volta nella mia vita è stato come se la mia persona si sdoppiasse, non nel senso di una scissione dell’Io, ma come se Augusto fosse un individuo estraneo e incontrasse l’Augusto reale. E’ come se una persona normale e estranea m’incontrasse e mi vedesse  per quello che ero e sono.

     È stato un incontro dolorosissimo per me, ho provato vergogna e paura per quello che ero e per quello che ho commesso in passato. È stato come se avessi incontrato un “mostro” e scoperto che quel “mostro” ero proprio io, solo che invece di guardarmi con i miei occhi e valutarmi usando i miei schemi mentali consolidati negli anni come avevo sempre fatto, giustificando i miei crimini mediante meccanismi di difesa e appoggiandomi a pseudo-valori tipici di chi ha ucciso, ho avuto la possibilità di valutarmi e giudicare come fanno le persone che vivono seguendo norme e valori condivisi dalla loro maggioranza, e che non hanno mai commesso reati né omicidi.

    
     È stata l’esperienza più brutta e sconvolgente della mia vita. Ho avuto un rigetto, così intenso, di me stesso, che ho tentato di sopprimermi. Ho infilato la testa in un sacchetto di platica e ho aperto il gas del fornellino, e mi ha salvato un agente. Mi sono ripreso in infermeria dopo alcuni massaggi cardiaci. L’incontro con me stesso è stato molto doloroso e sconvolgente. Dopo tale episodio, ho avuto un’ispirazione poetica dovuta in parte al mio attuale innamoramento, e al periodo molto particolare, infatti, ho scritto alcune poesie, ho cominciato a dipingere, cosa che mi affascina moltissimo e mi fa davvero “evadere” dalla mia cella.

     Sono detenuto quasi ininterrottamente dal 10 gennaio 1991. Dalla mia cella d’isolamento ho visto la diretta TV di Emilio Fede che annunciava la Guerra del Golfo. Dal 9 settembre ‘95 al 6 giugno ‘96 sono stato libero, scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, ma avendo scontato altre due detenzioni di dieci mesi ciascuna nel 1984 nel carcere di Latina e nel 1985 nel carcere di S. Maria C.V., e i tre anni di liberazione anticipata già ottenuta per il mio buon comportamento intramurario, raggiungo ventinove anni di carcerazione scontata. Ma non è finita.

     Quel giorno fui catturato con altri miei ex amici in via S. Lucia a Mondragone, in casa di Gemma Marotta, madre di Michele Siciliano e suocera di un mio ex affiliato, Mario Sperlongano, alias o’nasone  e Tavernello. Eravamo in guerra con i Casalesi, il Clan, c’erano stati già alcuni morti in entrambi gli schieramenti, quindi eravamo sempre armati fino ai denti e sempre pronti per uscire a uccidere i nostri nemici, oltre a dedicare intere giornate a dare la caccia a qualche Casalese o loro alleato che vivevano nei paesini confinanti con Mondragone. 

     Perché, su sollecitazione del mio caro amico e legale di fiducia, Avv. Filippo Barbagiovanni Gasparo, ho accettato di scrivere un libro sulla mia vita? Sono stati molti gli scrittori e i giornalisti, Saviano, Cantone, De Rosa, Barbagallo, Di Fiore, ecc., che negli ultimi anni hanno raccontato parte della mia vita privata e criminale, senza avermi mai incontrato o conosciuto di persona, tranne il dottor Cantone. Hanno scritto fatti riferiti da altri e inerenti ai miei reati, così vorrei provare a mettere un po’ d’ordine, raccontando la verità storica e processuale da protagonista di quelle vicende, che conosco, sicuramente, meglio di tutti.

     Voglio però precisare che quando utilizzerò termini quali boss, capi zona, capi clan ecc…, anche con riferimento a me, lo farò senza alcuna deferenza o auto o etero compiacimento, perché ormai fanno parte del linguaggio popolare e giornalistico. Non mi sono mai sentito un boss né definito tale e non penso che i molti mafiosi, camorristi, ‘ndranghetisti, d’ora in poi camorfisti, definiti tali dai media, boss lo siano mai stati e lo siano ancora.

     Camorfisti e camorfismo sono neologismi di mia creazione, il primo racchiude mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti, il secondo la mentalità mafiosa, camorristica e ‘ndranghetistica anche se, ovviamente, vi sono differenze tra le tre mafie, ma sostanzialmente la mentalità camorfistica è quella che si discosta dalla mentalità della legalità.   

     Ritengo che i veri boss siano uomini potenti che riescono a rimanere nell’ombra senza mai comparire, oppure quelli che pur sfiorati da numerose indagini della magistratura restano immuni, anche quando sono accusati da decine di pentiti, intercettati durante conversazioni più che compromettenti ma che qualcuno sbianca, ripresi in filmati a pranzo o in riunioni con criminali liberi e latitanti, ma non finiscono mai in carcere e sono così potenti da poter decidere financo le sorti dei Governi o far emanare leggi ad hoc.

     Chi mi ha conosciuto bene sa che non ho mai trattato i miei ex-amici di clan come dei soldati o come degli affiliati, ma sempre e soltanto come amici veri. Anche se, tardivamente, ho compreso che in certi contesti parlare di amicizia o voler bene a qualcuno non è possibile. Dove c’è il denaro, il potere e vige l’ipocrisia, e tutti aspirano a diventare capi, è più facile parlare di tradimento e di opportunismo che di amicizia.
     
     Nietzsche scrisse: “Infedeltà condizione per essere maestri. Non serve a nulla: ogni maestro ha un solo discepolo – e questo gli sarà infedele – perché anch’egli è destinato a essere maestro”.

     Se si ripercorresse l’intera storia del crimine italiano e internazionale, si costaterebbe che i capi sono stati quasi tutti uccisi, traditi e/o venduti allo Stato, dai loro uomini più fidati. Nella mia Provincia è accaduto ad Antonio Bardellino, ucciso da quello che era ritenuto il fratello, Mario Jovine, non senza la complicità di altri uomini che si spacciavano per estimatori e suoi fedelissimi, Enzo De Falco, Sandokan. Si può divenire traditori in tanti modi, non soltanto diventando collaboratori di giustizia.  

     Ritengo che la lotta ai vertici delle mafie, il cosiddetto quarto livello, sia ferma, quasi paralizzata, e nonostante gli enormi sforzi quotidiani dei Magistrati e delle Forze dell’ordine, di una modesta parte dei politici onesti, e soprattutto la partecipazione attiva dei moltissimi giovani che hanno aderito alle varie associazioni nate all’indomani delle stragi, in primis “Libera” di don Ciotti, esistono ancora delle lobby molto potenti, che rendono vano ogni tentativo di arrivare ai veri capi criminali e non solo a decapitare la piovra, ma anche a scoprire i mandanti occulti delle stragi degli anni ’90.

     Se qualcuno non accenderà la luce per far chiarezza sui poteri occulti che affliggono il nostro Paese, il buio ci renderà tutti ciechi, più di quanto, purtroppo, già ci ha resi ma, sia chiaro, io stesso, purtroppo, non conosco l’interruttore per disvelare una volta per tutte questo intreccio inestricabile. 

    Non amo pensare al futuro, preferisco vivere giorno dopo giorno, forse perché pratico Yoga da anni e ho imparato a vivere così. Non mi sono nemmeno posto il problema di come mi ricorderanno i miei compaesani anche perché, dopo oltre 25 anni di carcere e di completa mancanza di rapporti con loro, mi sento uno straniero in patria, e comunque, ognuno potrà ricordarmi come desidera farlo.

     Certo il mio ricordo non potrà mai essere univoco per tutti, anche perché ci sono persone che mi hanno conosciuto da ragazzino o da studente e per loro rimarrà sempre, spero, quel ricordo che niente potrà scalfire nella loro mente.  Altri mi ricorderanno come un criminale avendomi conosciuto sotto queste spoglie e altri come uno dei tanti camorristi vissuti nei Mazzoni.
 
     Oggi però non sono più né lo studente, né il criminale né il camorrista, ma un uomo di circa 53 anni con 25 anni di carcere alle spalle e tanta voglia di vita. Quanto al futuro, spero con tutto il cuore di poter essere un buon padre per i miei due amatissimi figli e soprattutto un ottimo nonno per la mia adorata nipotina, Sara. Vorrei vivere come una qualsiasi persona normale. Casa, lavoro, famiglia e vacanze, sperando di potermelo permettere.




Sono entrato in carcere come un a-nimale e grazie alla sofferenza, alla solitudine, allo studio, allo yoga e soprattutto all’incontro con persone colte e umane ne uscirò come un animale sociale”
(Augusto La Torre)