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sabato 19 aprile 2014

Gli sviluppi delle ipotesi investigative sull’assassinio di Antonietta Afieri

Gli sviluppi delle ipotesi investigative 

 sull’assassinio di Antonietta Afieri

UN PUGNALE D’ASSALTO SEQUESTRATO IN CASA DI UNO DEGLI INDIZIATI PORTEREBBE AD  UN ALTRO DELITTO CON SUICIDIO

Il ritorno dell’arma bianca – L’omicidio di Luigi Roberti, che 

uccise la nipote in piazza a Santa Maria Capua Vetere, 

Alessandra Gravino ( figlia di Mario Gravino) e poi si suicidò 

con un coltellaccio del tipo di quello rinvenuto in casa di uno 

degli indiziati del delitto Afieri. 

A metà giugno i risultati del  RIS.

  
     


Santa Maria Capua Vetere –  Ritorna il bagliore dell’arma bianca (coltelli, forbici, scure e pugnali )  ma ciò che colpisce nella cronaca nera di questi anni è il ritorno alla grande del coltello. Non passa giorno senza che i giornali riferiscano casi di persone uccise con quest’arma presente in tutte le nostre cucine. Oggi il coltello serve ad uccidere con poca spesa e serve ad uccidere i deboli: perché?
     C’è un “pugnale  d’assalto”,  infatti, ( sequestrato dagli inquirenti ed appartenente al figlio - anche lui fortemente sospettato -   del tecnico indagato )  che turba i sogni e riverbera i ricordi nella mente di  Mario Gravino, uno  dei tre indiziati per il delitto di Antonietta Afieri. E’ un’arma bianca ( ma non è la stessa?)  che nel 1977 usò un parente del Gravino per suicidarsi? L’interrogativo squarcia le tenebre della oscura vicenda e getta ombre funeste sui personaggi.
     Molti ricordano di quell’orrendo delitto. Il 22 settembre del 1977,  erano le 13,30,   la  centralissima Piazza  Mazzini, era  gremita di folla – la polizia aveva  transennato la zona – il passaparola della gente era: “Un cinquantenne ha ucciso  la nipote di 15 anni. Subito dopo l'uomo, che nutriva per la vittima una morbosa passione, si è suicidato con un coltello da cucina nella sua abitazione. L’assassino si chiamava Luigi Roberto, scapolo, e ha ucciso la figlia di un suo nipote, una ragazza di quindici anni, e si è poi tolto la vita piantandosi un coltello da cucina nel cuore. La giovanissima vittima era Alessandra Gravino,  ( figlia di Mario, appunto indiziato assieme al figlio per il delitto Afieri)  affrontata in strada dall’anziano parente e uccisa con sei colpi di pistola.
     Da qualche tempo l’assassino corteggiava la giovinetta. Il suo interessamento aveva provocato anche una denuncia alla polizia da parte dei genitori di Alessandra. Con il pretesto di volerla proteggere l’uomo perseguitava la ragazza; l’aveva anche minacciata con una pistola e, se la incontrava in compagnia di qualche coetaneo, erano scenate e odiosi gesti d’intimidazione. Una situazione insostenibile, che neppure l'intervento del funzionario di P.S.  del locale commissariato e l’azione mediatrice di altri parenti era valsa ad attenuare.
     Nessun dubbio che il delitto sia stato
premeditato. Verso le 13,30, Luigi Roberti era affacciato alla finestra della sua abitazione quando vide la ragazza attraversare piazza Mazzini, si  precipitò in strada, e appena dopo averla raggiunta  estrasse di tasca la pistola, e fece  fuoco fino ad esaurire l'intero caricatore. La poveretta centrata in pieno dai proiettili rimase  uccisa sul colpo. Subito dopo l’assassino si rifugiò  in casa, a qualche centinaio di metri dal luogo del delitto, e si uccise piantandosi un coltello da cucina nel petto.
      La prima ipotesi per Afieri è stato il delitto passionale dovuto alla gelosia o ad un raptus scatenato da un istinto sessuale, o maturato in un contesto familiare segnato da un disagio economico profondo al limite dell’indigenza. E’ tra queste due ipotesi che potrebbe celarsi, per gli investigatori della polizia, il movente della morte di Antonietta Afieri.  Come si ricorderà la donna era scomparsa il 18 giugno scorso e del suo caso si era occupato anche la trasmissione “Chi l’ha visto”.
      Come è noto la procura di Santa Maria Capua Vetere, nella persona dei piemme   Carlo Fucci e Gerardina Cozzolino )  nell’ambito dell’inchiesta sulla morte, ha  iscritto nel registro degli indagati tre uomini.  Domenico Funiciello,  macellaio di S. Prisco;  Mario Gravina (detto Salvatore)  tecnico radio tv, con laboratorio alla via Cappabianca,  e il figlio di questi, Emanuele Fava ( che, però, porta un cognome diverso essendo adottato o di secondo letto).
     Tra i moventi più accreditati negli ultimi giorni,  si delinea anche una ipotesi, ancora da confermare: la donna potrebbe essere stata uccisa perché avrebbe minacciato di rivelare una relazione sessuale alla famiglia di uno dei sospettati. Ipotesi che potrebbe essere suffragata o smentita nel corso della fase processuale.
    Ora sono al lavoro i carabinieri del RIS, ( dove c’è contatto c’è traccia!)  che dopo i prelievi effettuati sui tre indiziati per il  DNA,  sull’auto e le biciclette di Gravino e su alcune taniche, i cui risultati   saranno depositati entro la metà di giugno. Gravino padre e figlio sono difesi dall’avv. Nicola Garofalo.   I familiari della donna,  sono invece assistiti dagli avvocati Natalina Mastellone e Giuseppe Cipullo.




 LA SCIA DI SANGUE DELL’”ARMA BIANCA” NEI DELITTI IN PROVINCIA DI CASERTA

Quindici “cold case” commessi dal 1957 al 2013 – Fidanzati trucidati, giovani sgozzati, rapine, fratricidi,  parricidi  e  uxoricidi: tutti delitti con coltelli, scure e pugnali.   



     Caserta - Una lunga scia di sangue,  che corre nell’arco degli anni e che si snoda attraverso una intera provincia,  dove l’’”arma bianca”  rappresenta il fatto cruento che travolge passioni, odii, follie e che sfocia nel delitto. Oltre a quello già da noi evidenziato nel caso Afieri,  molti altri fatti di sangue hanno visto protagonista il coltello. Quindici “cold case” commessi dal 1957 al 2013 – Fidanzati trucidati, giovani sgozzati, rapine, fratricidi,  parricidi  e  uxoricidi: tutti delitti con coltelli, scure e pugnali.   


     Nel 1957,  Maddaloni, Maria Grazia Cerreti,  di anni 80 viene rapinata  uccisa con 9 pugnalate. Il caso è aperto. Nessuna traccia degli assassini. Nel 1958 a Valle di Maddaloni,  nel settembre,  con un coltello, un pazzo, dichiarato guarito e tornato libero, uccise un farmacista di Caserta con 30 colpi di pugnale. Fu condannato a vari  anni di manicomio criminale, Pasquale Rega,  che uccise, con trenta pugnalate, il farmacista di Valle di Maddaloni,  il dott. Francesco Pagliaro, che aveva 31 anni e lasciava la moglie Filomena con tre bambini, che era stato, tra l’altro il suo benefattore,  perché, sollecitato dai genitori e da altri parenti del Rega, aveva provveduto, tramite la mutua dell’associazione dei coltivatori diretti, a far internare il giovane infermo di mente, non in uno dei tanti manicomi,  ma in una clinica della migliore reputazione.
     Verso l’una di notte il Rega si recò alla  farmacia, bussò e quando il dottore venne  ad aprirlo gli porse una carta col nome, d’un medicinale: era un pretesto. Mentre l’altro si voltava, egli con un pugnale a lama fissa gli vibrò una tempesta di colpi. Il farmacista cercò di fuggire e uscì sulla via. Per quasi mezzo chilometro durò il tragico inseguimento e durante la corsa con il pazzo alle spalle il farmacista continuò a ricevere pugnalate su pugnalate finché cadde sotto una siepe, ove fu poi ritrovato cadavere.
     Delitti che coinvolgono casertani fuori dalla provincia,  nel 1962 a Torino, Guido Coppola di 26 anni,  da Casal di Principe,  uccide con 11 pugnalate ( coltello di 26 cm)  Luigi Cardamon, marito della sua amante. Arrestato fu condannato a 25 anni di reclusione. L’uomo aveva accettato la tresca e incassava anche soldi dal Coppola quale “cornuto contento”, poi si ribellò e il Coppola lo assassinò brutalmente,  ferendo anche la moglie Liliana che faceva il doppio gioco “non solo sessuale”.  
     Nell’anno successivo  1963, ennesimo “divorzio all’italiana” a Piedimonte Matese, per questione di interesse,  Carmine Coppola, di anni 54,  uccise con un colpo di scure al capo,  la moglie Rosa De Lellis di 49 anni. Mentre nel 1964, a  Teverola travolto da  folle gelosia, Ugo Genovese,  agente di custodia   uccise,  con 14 coltellate,  la fidanzata Rosa Verona.  E il 1964 – un anno drammatico -  a Santa Maria Capua Vetere  il delitto di un giovane innamorato,  Francesco Cecere, di anni 21,  uccise con 10 coltellate al volto, la cugina Assunta Russo,  una bellezza eccezionale ( era stata miss Caserta ),   sotto gli occhi del marito,  “O’ pulliere”,   Giuseppe Cecere alla via Albana. E ancora, nello stesso anno,  un orrendo  parricidio a Cisterna di Latina, Vincenzo Ciccarelli, 18 anni, uccise il padre Biagio Ciccarelli, ( entrambi nativi di Casal di Principe)  con 5 colpi di scure alla testa, mentre dormiva accanto allo moglie. Il delitto originato dall’odio del figlio verso un “padre-padrone”.
     Non meno cruento il 1967.  Con un tragico epilogo con fratricida a Napoli,  dove Gaetano Treppiccione,  un mobiliare di Casapulla,  uccise il fratello Antonio, suo socio in affari,  con un acuminato coltello. Il delitto germinato dal fatto che l’uomo,  pur avendo a Casapulla una moglie e 5 figli,  non voleva lasciare la giovane amante a Napoli. E nel  1971 a Baia Domizia, per rivalità amorose,   il giovane 18enne, Agostino Pilla da Caserta,  uccise con 2 coltellate al petto il coetaneo  Giuseppe Fallarino.  Maturato, invece, ( nell’anno successivo 1972) nel turpe mondo degli omosessuali il delitto di Giorgio Gaglierdotti,  di anni 28,  che uccise con 13  coltellate,  Salvatore Petraruolo, da Marcianise, in arte “Sofia”, un travestito di cui era innamorato. Ennesimo epilogo tragico per il classico “triangolo” lui, lei e l’altro. Ad Aversa nel 1974,  Antonio Caio, di 51 anni, amante della giovane 27enne Anna Chiummenta, uccise a coltellate Paolo Tesone, marito della sua amante.
     Arriviamo così al 1989, dove un  amore impossibile  finì  nel sangue. A Scauri l’11 febbraio,  il giovane Alfonso Coppola,  di 21 anni da Cellole,   uccise con sette  coltellate al petto,  la sua fidanzata Gisella Treglia.  Nel  1990 ancora  ad Aversa,  un delitto misterioso e per ora impunito. Un secondo caso come quello di via Poma a Roma. Cinzia Santulli,  30 anni, professoressa, di buona famiglia, sorella di un deputato, venne assassinata con 40 coltellate. Indiziato il suo fidanzato, processato e prosciolto da ogni addebito fino alla Cassazione. Il caso è ancora aperto.

Sempre ad Aversa dal  23 dicembre 1992, all’ 8 gennaio 1993 - Il delirio di Raffaele De Stefano esplode e si consuma nell’arco di sei mesi. Tra il giugno del 1992 e il gennaio dell’anno successivo, il ragazzo cerca di ammazzare la madre e la sorella provocando una fuga di gas. Il duplice tentato omicidio viene archiviato come il gesto di una persona che sin dall’infanzia soffre di disturbi psichici, in realtà è solo il preludio a due delitti che si consumeranno di lì a poco. Il primo è quello di Giovanni Brignola, un sessantenne, omosessuale,  trovato seminudo in casa, il corpo trafitto da coltellate. Il secondo, due settimane dopo, è l’omicidio straziante di una sedicenne, Maria Russo, detta “Mara”, che s’illude che quel ragazzo sia il suo premuroso fidanzato e non sa di avere a che fare con un serial killer disor­ganizzato e carico di rabbia. Raffaele De Stefano lo fermano a Napoli, agli in­quirenti confessa entrambi gli omicidi e per lui si aprono le porte di un ospedale psichiatrico.
Giungiamo così al  1997 allorquando  si è chiuso con una  condanna a trent’anni di carcere,  invece,  il delitto dei  fidanzati: Patrizio Bovi, 23 anni da Caserta e Elisa Marafini di anni 17 da Cori ( LT)  uccisi dal giovane  Marco Canale.   Sui suoi jeans vennero trovate tracce di sangue compatibili con quello dei due ragazzi morti,  sotto la furia di oltre 200 coltellate.  42 per lei e 20 per il fidanzato. Il 2013 ci riserva l’ultimo utilizzo dell’arma “bianca”.  a Marcianise, di scena “l’arma bianca”, infine, nel gennaio scorso,   Antonio Parolise, un pensionato 67enne, è accusato di aver ucciso Carmine De Simone,  per motivi di parcheggio ed è stato condannato a 16 anni di carcere.  De Simone, 53 anni, collaboratore scolastico presso un istituto superiore, venne ucciso con tre coltellate inferte da Parolise con una lama di trenta centimetri, dopo una lite, a causa del parcheggio dello scooter del figlio di De Simone sotto la finestra del pensionato.



















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