domenica 4 dicembre 2016



IL SERIAL KILLER SALVATORE CAPOLUONGO VENNE CONDANNATO ALL’ERGASTOLO DAI PRIMI GIUDICI – CONDANNA RIDOTTA IN APPELLO AD ANNI TRENTA
La masseria del primo delitto 

 

I PERITI DI UFFICIO: ”NEL MOMENTO IN CUI COMMISE I FATTI ERA NELLA PIENA CAPACITÀ DI INTENDERE E DI VOLERE. E’ SOCIALMENTE PERICOLOSO” . 


IL CONSULENTE DI PARTE CON UNA RELAZIONE DI 50 PAGINE  AVEVA RIBALTATO IL RESPONSO DEI PERITI DI UFFICIO. “L’IMPUTATO È PAZZO”.

 

La masseria Pizzolungo con il cadavere di una vittima ed un carabinieri di guardia 

 

L’orrore dei delitti  “a valanga” suscita nell’animo di chi ascolta un senso di raccapriccio e la legittima suspicione che la mostruosità del crimine sia espressione di una “morbosità dello spirito”.

 

Per il Dna a delinquere della zona  si è avanzata l’ipotesi che può trattarsi dei tardi discendenti di una colonia penale normanna.

 

 


Salvatore Capoluongo,  il primo serial killer di Terra di Lavoro 



Santa Maria Capua Vetere –  Un eccidio senza precedenti quello di Salvatore Capoluongo,  definito dai giornali dell’epoca “La belva di Vico di Pantano” , che uccise quattro persone e ne ferì due, compreso il fratello, che è entrato nella storia criminale della nostra provincia come il primo “serial killer”, anche se poi negli anni successivi se ne sono aggiunti altri due, con delitti più atroci, barbari ed efferati e con  un aumento delle vittime. Il  6 ottobre  del I974 ad Aversa, Carlo Panfilla, definito ”Il mostro di Lusciano”,  uccise 7 persone. Fu arrestato nel cimitero del suo paese, dove aveva trovato rifugio in una nicchia. Quando fu catturato, vi dormiva nudo. Ritenuto incapace di intendere e di volere, fu rinchiuso nel manicomio giudiziario di Aversa. Condannato prima all’ergastolo e poi 30 anni. In molti ricorderanno anche il secondino del carcere di Carinola, Domenico Cavasso, il quale a marzo del  1995  uccise sette persone, quattro familiari, a Macerata Campania e tre impiegati della Conservatoria dei Registri Immobiliari di Santa Maria Capua Vetere, ferendo altri due presenti. Fu condannato a 15 anni di carcere, con la seminfermità mentale, e oggi e in mezzo a noi… “pronto a riprendere il lavoro lasciato in sospeso”. Ma ritorniamo alla storia di oggi. Salvatore Capoluongo, dopo il suo arresto e dopo aver commesso i quattro omicidi ed i due tentativi di omicidio (compreso quello di uccidere un fratello) fu messo sotto osservazione – come era naturale – psichiatrica, ma stranamente per i suoi difensori non si rivelò una carta vincente. L’ergastolo era uno scettro che rimaneva lì ancorato al destino del giovane che aveva bruciato la sua vita per una donna. Ma in ogni processo grave per omicidio la difesa la prima cosa che fa è quella di tentare la carta della “infermità mentale”. Fatto gli è, però, che anche i giudici la pensavano allo stesso modo, ma non si fidavano dei certificati esibiti dai difensori. Infatti a giugno del 1954 venne affidato l’incarico per la perizia di ufficio a due illustri psichiatri dell’epoca, il prof. Annibale Puca, direttore dell’Ospedale Psichiatrico Santa Maria Maddalena di Aversa e al primario Prof. Gennaro Mattioli dello stesso nosocomio. Nelle oltre 50 pagine dattiloscritte i periti ripercossero tutto l’iter degli aberranti delitti. Quell’otto maggio del 1953, si diffuse rapidamente nell’agro aversano la notizia appresa con vivo raccapriccio e terrore,  che la sera precedente nelle campagne tra Casal di Principe e Villa Literno un giovane  aveva ucciso uno dopo l’altro, scovandoli nelle proprie dimore – da cinque agricoltori della zona r tra questi un suo fratello e l’omicida, fatte disperdere le sue tracce  vagava, armato, ancora per i campi in cerca di altri personaggi da sopprimere. Un telegramma urgente della Compagnia dei carabinieri di Santa Maria Capua Vetere alla locale Procura chiariva qualche aspetto dell’intrigata vicenda. “In contrada “Martino”, nel comune di Villa Literno, l’agricoltore 21enne Salvatore Capoluongo uccideva con armi da fuoco agricoltori Raffaele Martino et Michele Fabozzi. Successivamente in contrada “Fornara”, uccideva agricoltore Giuseppe Diana, mentre dopo circa un’ora in contrada “Altomonte”, dopo aver ucciso agricoltore Michele Martino feriva gravemente agricoltore Corrado Capoluongo, ferendo poscia, in località “Chiusa” , il proprio fratello 20enne Antonio Capoluongo. Sono in corso indagini per arrestare il latitante”. L’arresto, infatti, avvenne quattro giorni  dopo alle 22 dell’11 maggio  - ad opera dei carabinieri i quali avuto il sentore del combinato – scovarono il Capoluongo nel bagaglio della propria macchina con la quale i suoi prossimi parenti lo avevano condotto presso lo studio dell’avv. Giuseppe Garofalo,  al Corso Umberto I di Santa Maria Capua Vetere. 

L'Avv. Giuseppe Garofalo difensore del Capoluongo 

La pistola dell'assassino 


Al pronto interrogatorio effettuato dal magistrato inquirente presso le carceri della città del Foro il Capoluongo espose i suoi crimini con “perfetta lucidità, nessuna titubanza, nessuna incertezza”. Ma subito gli avvocati difensori tentarono la “carta” della “seminfermità mentale” per salvare il loro assistito dalla “morte bianca” con il marchio del “fine pena mai”, cioè dall’ergastolo! Infatti presentarono agli inquirenti un certificato dal quale si evinceva che il Salvatore Capoluongo era nato di sette mesi ed aveva sofferto, fin dall’infanzia,  “crisi spamodiche”. Nella relazione presentata tanta si evinceva anche che il soggetto più tardi era stato affetto da crisi depressive con intensa cefalea. A 13 anni Salvatore Capoluongo si fissò che doveva lanciarsi dalla finestra nel vuoto. Sorvegliato a vista appena lasciato solo effettivamente si lanciò dalla finestra. La cosa è avvalorata dalle testimonianze dei familiari e dalla certificazione del dr. Raffale Cantelli. Fu anche presentato un quadro degli avi “non in perfette condizioni mentali”. La nonna materna, Annunziata Iovine, “malata di mente”; una zia materna, Giovanna Del Villano, era una “deficiente reattiva”; uno zio materno Giovanni Del Villano, fu ricoverato in manicomio perchè affetto da “depressione ricorrente in soggetto neuropsicopatico”; un fratello del nonno paterno Clemente Capoluongo fu ricoverato in manicomio perché affetto da “imbecillità” con episodico delirio sensoriale. Nell’anamnesi generale i periti accertarono che il padre dell’imputato Nicola Capoluongo, aveva sposato in prime nozze la vedova di un proprio fratello dalla quale aveva avuto il figlio Marcantonio.   Rimasto vedovo – nel 1928 – all’età di 26 anni si era sposato in seconde nozze con ùrosa Del Villano di anni 20 procreando altri sette figli. Di essi Salvatore è il primo. L’imputato alla visita di leva fu inviato in osservazione all’Ospedale Militare di Caserta dove fu riformato per “ipospadia all’indietro al solco balano prepuziale”. Il Capoluongo fu posto a disposizione dei periti psichiatrici presso l’Ospedale Psichiatrico Sez. Criminali. In uno dei suoi numerosi interrogatori dichiarò che Maddalena Capoluongo, sorella del padre, si buttò in un pozzo pochi mesi prima e cioè durante la sua permanenza in manicomio. Per quanto attiene ai suoi delitti – scrivono i periti nella loro relazione – il Capoluongo ha sempre  detto di non ricordare nulla. Di avere ucciso il fratello e poi che gli avevano riferito che erano stati uccisi anche altre 4 contadini. Secondo i periti egli stava simulando uno stato di pazzia. Una prima diagnosi chiarisce che “Riassumendo i dati dell’indagine psichica  possiamo dire – scrissero i periti – che il Capoluongo nonostante il particolare stato psicologico reattivo del momento che lo induce – come è facile pensare – ad una schematizzazione dei suoi pensieri attraverso una diuturna continua ruminazione dei suoi fatti, non presenta particolari e specifici segni che richiamino l’attenzione dal punto di vista psichiatrico. L’orrore dei delitti “a valanga” suscita nell’animo di chi ascolta un senso di raccapriccio e la legittima suspicione che la mostruosità del crimine sia espressione di una “morbosità dello spirito”.
L'Avv. Alfonso Martucci difensore di parte civile 

 Ma il nostro compito non è giudicare il senso morale – scrissero i periti – né risentire l’onda di sdegno e il brivido che viene dal pubblico bensì quello di inquadrare il caso nelle sue caratteristiche somatiche e psichiche, per cercare nel meccanismo o nell’azione del delitto il filone palese o nascosto che possa illuminare il determinismo o la volontarietà del delitto che sorge nelle strutture organiche e nelle reazioni psichiche come forma della mente malata o della coscienza”. Alla domanda, ricorrente dei periti: “Raccontaci quel che hai fatto e perché sei quaCapoluongo ci ha detto che aveva ucciso il fratello e si era dato alla fuga e che non ricordava più niente. Questa risposta era diventata una “stereotipia”, una posizione di panacea, dietro cui l’uomo si occultava a difesa”. Un vero e proprio “j’accuse”, fu stilato dai periti nella relazione finale (sia pure indirettamente) nei confronti delle popolazioni dell’agro aversano (ignobile, perché è sempre negativo fare di tutte l’erba un fascio) nel concludere il responso sull’imputato. “Scarsa dal punto di vista psichiatrico il complesso ereditario ma l’ereditarietà dal punto di vista “criminale” è più significativa, se è vero quello che si dice, che molti anni addietro Marcantonio Capoluongo, padre di Nicola uccise il figlio Saverio rimanendo ucciso dall’altro figlio Nicola  padre dell’attuale imputato ma la tradizionale rigida omertà della gente del luogo impedì che il fratricidio venisse scoperto. 
Il frontespizio della perizia psichiatrica 


E’imponente questa eredità criminologica nella popolazione di Albanova al limiti quasi netti fra il resto di quella popolazione agricola, assai operosa. Sì che viene il sospetto che determinati fattori “eredo-biologici” siano alla base di queste nature violente, impulsive, incontinenti, che non si adattano alla civile convivenza ed al gioco della legge ed applicano solo la “legge del taglione”. Vale la pena ricordare che altrove si è avanzata l’ipotesi che può trattarsi dei tardi discendenti di una colonia penale normanna. Ad ogni modo queste genesi  “endogene” della criminalità se affermano un maggiore determinismo all’atto criminoso, non sono da interpretarsi di natura patogena in quanto modificazioni quantitative e non qualificative della vita istintiva e temporale con integre le zone razionali.  In conclusione i periti di ufficio affermarono che l’imputato aveva la capacità di stare in giudizio  nonostante  “fosse incapace di sentimenti e di slanci, con impulsi non sempre equilibrati e ben compensati, che ripete una legge costituzionale comune alla sua specie; ma non è un elemento teratologico, non è un “mostro dello spirito”. Forse potrebbe discutersi la tendenza incoercibile  alla delinquenzialità; ma non rientra nella patologia per disturbi qualitativi della personalità istintiva, temporale, razionale e neologica. “Circa la pericolosità sociale – scrissero i periti nelle loro conclusioni – diremo solo che è grandissima e che in genere questo criminale non si arresta al suo primo delitto, tanto più che su i suoi delitti non si è ripiegato con spirito di contrizione o con un sentimento di rimorso. Aridità affettiva, che non è sempre stigma patologica; ma più spesso, quando è isolata. Stigma criminale”. Ecco la chiosatura finale: ”Salvatore Capoluongo ha una struttura personale, biologica e psicologica, in cui non possiamo trovare segni di psicopatie  o neuropatie in atto oltre la lieve fase reattiva “post-criminosa” che è colorito isteroide, e oltre una certa fondamentale rudimentalità  del livello mentale, che non raggiunge però i limiti della deficienza psichica. Nel momento in cui commise i fatti era nella piena capacità di intendere e di volere.
L'Avv. Prof. Enrico Altavilla 


 E’ socialmente pericoloso”. Come era legittimo i difensori dell’imputato, che per sottrarre il loro assistito alla pena dell’ergastolo avevano chiesto una perizia psichiatrica rimasero altamente delusi ma non si arresero. Infatti una consulenza di parte affidata all’illustre psichiatra dell’epoca il prof. Benigno Di Tullio decretò il contrario di quello che avevano diagnosticato i periti di ufficio. Il consulente di parte, dopo aver esaminato la perizia di ufficio negli elementi più importanti iniziò una vera e propria “demolizione” del castello psichiatrico costruito dai proff. Puca e Mattioli. “Per quanto riguarda il delitto – confutò Di Tullio – i periti affermavano che l’odio esploso contro il fratellastro era relativo “per le mali arte delle femmine”. Compiuto il fratricidio gli altri 4 omicidi e un ferimento non rappresenterebbero che un completamento accessorio, e ciò in base alla legge del “tutto o niente”, per cui, valicato il solco, la belluinità non si raffrena né conosce o subisce controlli”. Altro motivo “scriminante”-  ipotizzò il consulente di parte -  potrebbe essere la morte del nonno, avvenuta sette giorni prima dei delitti,  al quale il giovane era molto affezionato. Il dolore fu tale – raccontò Salvatore Capoluongo  - che si sentì ben presto preso da un profondo avvilimento con conseguente insonnia e anoressia.  
Il Prof. Avv. Alberto Martucci 


 La pena dell’ergastolo fu ridotta ad anni trenta perché il Capoluongo venne riconosciuto pazzo. 


La Corte di Assise (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere, Renato Mastrocinque; pubblico ministero, Francesco Andreaggi) condannò all’ergastolo, con isolamento diurno per mesi sei,  Salvatore Capoluongo dichiarato colpevole di tentato omicidio in persona del fratello Marcantonio, nonché di omicidio continuato e aggravato in persona di Michele Martino, Raffaele Martino, Michele Fabozzi, Giuseppe Diana, e Corrado Capoluongo, di violazione di domicilio continuato e aggravato. L’ergastolo pesava, i difensori non erano riusciti a “salvarlo” con la perizia di parte. Fu proposto appello. Si lamentavano vari motivi: Doveva essere ritenuta la continuazione per tutti i reati, non poteva affermarsi il motivo futile e abietto; doveva essere prosciolto per vizio di mente, o concessa l’attenuante del vizio parziale ed subordine le attenuanti generiche. Tutto si risolse in grado di appello. Il perito di parte Benigno Di Tullio capovolse il responso dei primi giudici. Infatti, dopo aver ricostruito la personalità dell’imputato sulla base della perizia di ufficio, dopo aver ricostruito la dinamica del suo delitto, “egli si è sentito dominato dall’idea di punire il colpevole”, il Prof. Di Tullio  affrontò l’ultima parte della perizia diretta a definire clinicamente lo stato mentale nel momento del delitto. 
L'Avv. Michele Verzillo 


Nel premettere, infine, che alla base delle attività criminose si ritrova un processo morboso di natura inizialmente epilettica in quanto – come affermano molti studiosi – i delitti degli epilettici sono assolutamente “ciechi” e “indiscriminati”.  “Il Capoluongo presenta – affermò in definitiva Di Tullio – una personalità psicopatica epilettoide sulla cui base, per l’influenza di fattori emotivi e dismetabolici, si è sviluppata acutamente una crisi di automatismo psicomotorio epilettico, che lo ha portato al ferimento del fratellastro. A seguito poi della grave emozione shok del primo delitto, si è sviluppato in lui uno stato reattivo deliroide con automatismo ambulatorio, per il quale è stato spinto a compiere gli altri reati. “E’ infine necessario precisare che anche i delitti compiuti dal Capoluongo trovano la loro genesi più profonda in situazioni sentimentali preesistenti, per cui tutti i delitti da lui compiuti, pur presentando un diverso meccanismo patogenetico, sono da considerarsi strettamente uniti tra di loro come nel caso del delitto continuato. In aderenza a questo risultato i giudici di secondo grado così si espressero: “Per quanto sopra riteniamo di poter concludere affermando che Salvatore Capoluongo, nel momento in cui ha compiuto i fatti per cui è processo si trovava, per infermità, in uno stato di incapacità di intendere e di volere. 


L'Avv. Ciro Maffuccini 

Data la sua personalità e la predisposizione a processi psichici morbosi, è da considerarsi soggetto socialmente pericoloso”.  Con una relazione di 50 pagine Benigno Di Tullio aveva ribaltato il responso dei periti di ufficio. L’imputato è pazzo. Si arriva così al secondo  giudizio e la Corte di Assise di Appello di Napoli, (Presidente, Duilio Grassini, giudice a latere, Gennaro Serio, pubblico ministero, Roberto Angelone) accogliendo alcuni rilievi della difesa  in parziale riforma della prima sentenza, con la esclusione dell’aggravante del motivo futile, ridusse la pena ad anni 30 di reclusione.  Gli avvocati impegnati nei tre gradi di giudizio per l’imputato furono: Giuseppe Garofalo, Nicola Foschini e Enrico Altavilla,  mentre per le parti civili si costituirono: Luciano Pesce, Ciro Maffuccini, Alfonso Raffone, Michele Verzillo, Alberto Martucci, e Alfonso Martucci. 



venerdì 2 dicembre 2016

PRESO DAI CARABINIERI UNO DEI  RAPINATORI DEL GIOIELLIERE DI PASTORANO
video


Nella mattinata del 1° dicembre 2016, all'esito di un'articolata attività investigativa coordinata dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, i Carabinieri della Compagnia di
Marcianise (CE) hanno eseguito un decreto di fermo del Pubblico Ministero nei confronti di un soggetto ritenuto responsabile, a vario titolo e in concorso con altri, di rapina aggravata, tentato
omicidio, porto illegale di armi in luogo pubblico e ricettazione.
In particolare, in data 10.10.2016, veniva perpetrata una rapina a mano a armata in danno della gioielleria "Merolillo", sita in Pastorano (CE), ad opera di due soggetti con volto travisato.
L'azione criminosa culminava, oltre che con la sottrazione di preziosi, col ferimento del titolare dell'esercizio commerciale il quale veniva attinto da un colpo d'arma da fuoco al torace, mentre i  malviventi si dileguavano facendo perdere le loro tracce, dopo aver abbandonato sul posto una motocicletta oggetto di furto.
I tempestivi accertamenti svolti hanno fatto luce sulle dinamiche criminali che hanno portato al compimento dell'azione delittuosa, permettendo di ricostruire nei minimi dettagli l'organizzazione del colpo alla gioielleria e della successiva fuga. L'odierno arrestato è stato rintracciato nell'abitazione del padre, nascosto in una intercapedine ricavata nel muro di una stanza da letto e coperta da un grosso armadio, appositamente modificato per permettergli un agevole ingresso nel nascondiglio.


giovedì 1 dicembre 2016

La vicenda giudiziaria

IL SERIAL KILLER SALVATORE CAPOLUONGO VENNE CONDANNATO ALL’ERGASTOLO DAI PRIMI GIUDICI – IN APPELLO 30 ANNI

I PERITI DI UFFICIO: ”NEL MOMENTO IN CUI COMMISE I FATTI ERA NELLA PIENA CAPACITÀ DI INTENDERE E DI VOLERE. E’ SOCIALMENTE PERICOLOSO” . 



IL CONSULENTE DI PARTE: “CON UNA RELAZIONE DI 50 PAGINE BENIGNO DI TULLIO AVEVA RIBALTATO IL RESPONSO DEI PERITI DI UFFICIO. L’IMPUTATO È PAZZO.

 

 

L’orrore dei delitti  “a valanga” suscita nell’animo di chi ascolta un senso di raccapriccio e la legittima suspicione che la mostruosità del crimine sia espressione di una “morbosità dello spirito”.

 

Per il Dna a delinquere della zona  si è avanzata l’ipotesi che può trattarsi dei tardi discendenti di una colonia penale normanna.

 

 

  

I DELITTI  AVVENNERO IL 7 MAGGIO DEL 1953   IN AGRO DI VILLA LITERNO NELLE LOCALITÀ  “MARTINO”, “FOMARA” E “ALTOMONTI” E  NELLA MASSERIA “PIZZOROTONDO”



LUNEDI’  5  DICEMBRE   ’16
NELLA RUBRICA CRONACHE DAL PASSATO
A CURA DI FERDINANDO TERLIZZI
SUL QUOTIDIANO
“CRONACHE DI CASERTA”
E ON LINE SU
“SCENA  CRIMINIS”
POTRETE LEGGERE  TUTTI I RETROSCENA DEI DELITTI




MASTER DI II LIVELLO
"GIUSTIZIA TRIBUTARIA ITALIANA ED EUROPEA"
 
IL PRESIDENTE LUCIO DI NOSSE 

     
OGGI È IN PROGRAMMA IL NONO MODULO DEL MASTER DI II LIVELLO IN “GIUSTIZIA TRIBUTARIA ITALIANA ED EUROPEA”, ORGANIZZATO DALL’UNIVERSITAS MERCATORUM, UNIVERSITÀ TELEMATICA DELLE CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE, IN COLLABORAZIONE CON L’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI ED ESPERTI CONTABILI DI CASERTA. L’EVENTO SI TERRÀ DALLE ORE 12 ALLE ORE 20 PRESSO LA SALA CONVEGNI DELL’ORDINE IN VIA GALILEI N.2 A CASERTA.
DOPO I SALUTI DEL PRESIDENTE DELL’ORDINE PIETRO RAUCCI, LE RELAZIONI DI MASSIMO PROCOPIO,  PROFESSORE STRAORDINARIO DI DIRITTO TRIBUTARIO PRESSO L’UNIVERSITAS MERCATORUM, FABIO GRAZIANO, DOTTORE DI RICERCA IN DIRITTO TRIBUTARIO INTERNAZIONALE E COMPARATO, ENRICO QUARANTA, MAGISTRATO ORDINARIO TRIBUNALE DELLE IMPRESE DI NAPOLI,  GIUDICE TRIBUTARIO.

IL PROF. PASQUALE MENDITTO 

“IL MASTER – SOTTOLINEA IL PRESIDENTE RAUCCI – HA COME OBIETTIVO L’ACQUISIZIONE DELLE COMPETENZE E DELLE CONOSCENZE NECESSARIE ALLA DIFESA DEL CONTRIBUENTE IN SEDE TRIBUTARIA DA PARTE DEI PROFESSIONISTI ABILITATI AL PATROCINIO TRIBUTARIO, ALL’AGGIORNAMENTO DEI DIPENDENTI DELLA AGENZIA DELLE ENTRATE NONCHÉ DEI MAGISTRATI TRIBUTARI”. IL MASTER È DIRETTO DAL PROFESSOR PASQUALE MENDITTO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE CONTENZIOSO TRIBUTARIO DELL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI ED ESPERTI CONTABILI DI CASERTA.   IL PROSSIMO APPUNTAMENTO È IN PROGRAMMA PER VENERDÌ 16 DICEMBRE.



mercoledì 30 novembre 2016





Sabato 3 Dicembre prossimo  a  Sessa Aurunca   presso il Seminario Vescovile  l’incontro di presentazione del punto di ascolto   Voce Uomo  che verrà attivato  presso il Consultorio Diocesano Giovanni Paolo II di Sessa Aurunca


 di Antonietta Montano



Sessa Aurunca - Interverranno:   Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Francesco Orazio Piazza  Vescovo della Diocesi di Sessa Aurunca , Avv. Antonietta Montano- Presidente Nazionale Associazione Voce Uomo,  Dott. Antonio Passaretta Vice Presidente nazionale Ass.ne Voce Uomo;   Avv. Angela Valletta Referente del punto di ascolto Voce Uomo sul territorio di Sessa Aurunca e Mondragone, Valentino Gramegna Coordinatore Consultorio Diocesano Giovanni Paolo II Polo di Sessa Aurunca, Franca Serino Responsabile Sanitario Consultorio Diocesano G. Paolo II,  Consuelo Matano, psicologa.


“Ringrazio sentitamente  Sua Eccellenza Francesco Orazio Piazza Vescovo di Sessa Aurunca , per aver reso possibile la prossima apertura dello sportello di ascolto  dell’associazione “Voce Uomo” nello straordinario territorio Aurunco,  al quale  sono fortemente affezionata.  Sua Eccellenza  ha mostrato, come sempre, forte sensibilità e disponibilità verso tematiche così delicate e afferenti il motore del mondo: la famiglia!. Fondamentale è la vicinanza della Chiesa a coloro che, in moltissimi casi,  rappresentano gli ultimi.  Voce uomo  si propone, grazie all’ausilio di varie figure professionali;  di ascoltare e tutelare l’intero nucleo familiare e le coppie in stato di bisogno. Verrà  prestata  particolare attenzione  agli uomini  in generale che versano in una situazione di disagio dentro e fuori le mura domestiche ed ai padri separati e/o divorziati  o in procinto di separazione e/o divorzio al fine di prevenire o contrastare l’instaurarsi di forme distruttive di conflitto soprattutto quando queste sono lesive del benessere dei figli e inquinano l’esercizio di una piena funzione educativa da parte di entrambi i genitori.” 







martedì 29 novembre 2016

FORZA CARMELO E' UN PRIMO 

PASSO AVANTI

Un uomo ombra semilibero


“ (…) concede a Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà consentendogli di prestare un’attività di volontariato presso una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, al servizio di persone gravate da handicap.” (Tribunale di Sorveglianza)



     Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Penso che più di credere a me stesso ho scelto di credere negli altri. E forse questa è stata la mia salvezza. Mi hanno notificato l’esito positivo della Camera di Consiglio sull’istanza della semilibertà. Uscirò dal carcere al mattino e rientrerò alla sera per svolgere, durante il giorno, un’attività di volontariato presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Quando arrivo in cella con l’Ordinanza del Tribunale di Sorveglianza tra le mani mi gira la testa. Il mio cuore batte forte. Respiro a bocca aperta. Lontano da occhi indiscreti, appoggio la testa contro il muro e mi assale una triste felicità. In pochi istanti rivivo questi venticinque anni di carcere con i periodi d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i prolungati scioperi della fame, le celle di punizione senza libri né carta né penna per scrivere, né radio, né tv, ecc. In quei periodi non avevo niente. Passavo le giornate solo guardando il muro.
Poi ad un tratto scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi faccio il caffè. Mi accendo una sigaretta. E, dopo la prima tirata, medito che adesso dovrei smettere di fumare perché ora la mia unica via di fuga per acquistare la libertà non è più solo la morte. Alzo lo sguardo. Guardo tra le sbarre della finestra. Osservo il muro di cinta. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto nella cella di un carcere. Penso che una condanna cattiva e crudele come la pena dell’ergastolo, che Papa Francesco chiama “pena di morte mascherata”, difficilmente può far riflettere sul male che uno ha fatto fuori. Io credo di essere rimasto vivo solo per l’amore che davo e che ricevevo dai miei figli e dalla mia compagna.
Sono stati anni difficili perché non avevo scelto solo di sopravvivere, ma ho lottato anche per vivere. Proprio per questo ho sofferto così tanto. Non ho mai pensato realmente di farcela e forse, proprio per questo, ce  l’ho fatta.
Adesso mi sembra tanto strano vedere un po’ di felicità nel mio futuro.
Mi commuovo di nuovo. E il mio cuore mi sussurra: “Per tanti anni hai pensato che l’unica cosa che ti restava da fare era aspettare l’anno 9.999;  invece ce l’hai fatta! Sono felice per te … e anche per me”.
Quello che rimpiango maggiormente di questi 25 anni di carcere è che non ho ricordi dell’infanzia dei miei figli. Mi consolo pensando che adesso mi rifarò con i miei nipotini. Poi penso che senza l’aiuto di tante persone del mondo libero che mi hanno dato voce e luce, non ce l’avrei mai fatta.



Carmelo Musumeci
Novembre 2016




Accade a Sessa Aurunca


DISATTESO IL PROVVEDIMENTO DEL GIUDICE FAVOREVOLE AL CONTRIBUENTE
L’UFFICIO  TRIBUTI DEL COMUNE NON PROVVEDE PER TEMPO ALLO SGRAVIO. LA DECISIONE HA ANCHE AFFERMATO UN IMPORTANTE PRINCIPIO GIURISPRUDENZIALE: “NON PUÒ ESSERE CONSIDERATA PROVA DELLA CONSEGNA DI UNA RACCOMANDATA ( COME SPESSO FA IL COMUNE) UN ELENCO DI CONTRIBUENTI”.

Sessa Aurunca –  Non basta ottenere un provvedimento di sgravio favorevole e tanto di sentenza per costringere l’ufficio tributi  del comune di Sessa Aurunca (non nuovo a simili funambolismi)  a cancellare una iniqua tassazione. E’ quanto è capitato ad una signora di V.F.  assistita dagli avvocati Antonio e Giuseppe Monarca. Ecco in breve la storia. Nel lontano 2055 la predetta impugnava la cartella esattoriale con la quale il Comune di Sessa Aurunca, a mezzo della Gist Line, le ingiungeva il pagamento di € 6.852,80 per ICI evase per gli anni 1998 e 1999. Il  ricorso veniva accolto, ma contra la sentenza della C.T.P  di Caserta il Comune di Sessa Aurunca presentava appello, ma  la Commissione Tributaria Regionale lo dichiarava inammissibile con sentenza depositata il 13/03/2008. Alla sentenza non fece seguito il ricorso per Cassazione per cui la decisione divenne esecutiva. Ma gli atti notificati al comune non costringevano l’ufficio tributi allo sgravio e la signora era costretta – sempre a mezzo dello studio Monarca – ad inoltrare una precisa diffida nei confronti dell’Equitalia Sud S.p.A e nei confronti del nuovo responsabile dei tributi Dr. Antonino Marchegiano,  nel mese di ottobre del 2016, nonostante il legale dell’Ente, Avv. Spicciariello, avesse assicurato che lo stralcio era già stato operato. Invece, da una visura effettuata casualmente dalla ricorrente, con conseguente estratto di ruolo, in data 06/09/2016 alle ore 9.20, la stessa  apprendeva, con somma sorpresa, che risultava ancora iscritta la somma di € 7.607,44, nei ruoli dell’ADR, annullati da oltre 10 anni, dalla Commissione Tributaria Provinciale di Caserta. Ciò perché non era stato effettuato lo sgravio dal Comune nonostante la sentenza passata ingiudicato e nonostante lettere, inviti, diffide, assicurazioni ricevute anche dalla responsabile dell’epoca Dott.ssa Anna Gallinaro. Intanto lo studio Monarca ha ottenuto un’altra considerevole affermazione avendo la sentenza affermato, tra l’altro,  un importante principio giurisprudenziale: “Non può essere considerata prova della consegna di una raccomandata (come spesso fa il comune) un elenco di contribuenti”. In contraddittorio l’avv. Monarca ha dimostrato che la sentenza della Corte Costituzionale, cui faceva riferimento il Comune di Sessa Aurunca, non era applicabile al processo tributario perché, essendo la norma indicata specifica per tale processo, essa non era stata dichiarata incostituzionale dalla sentenza de qua e, quindi, non sì adattava al processo tributario. La spedizione risultava fatta, come certificato dal documento delle Poste italiane, il 05/01/2015 e consegnata il 1 7/01/20 15 e, quindi, oltre il termine di decadenza del 3 1/12/2014. “Ma, anche a voler seguire la tesi dei Giudici di primo grado, scrivono i giudici nella loro motivazione in appello - che individuano la data di consegna della raccomandata all’ufficio postale come data utile per il calcolo dei termini di decadenza, non solo non è stato correttamente provato che la consegna sia avvenuta il 31/12/2014, ma risulta documentalmente dall’atto di ricerca online effettuata tramite il sito delle Poste Italiane, che la data di accettazione-consegna è quella del 05/01/2015, oltre, cioè, il termine del 31/12/2014. Inoltre, va aggiunto che non può essere considerata prova della consegna dì una raccomandata un elenco di contribuenti; correttamente, la consegna della raccomandata è tale quando viene depositata nell’ufficio la raccomandata individuale del contribuente”.



  

lunedì 28 novembre 2016


LE TRUFFE DI IERI…
 TOSATI GLI ZECCHINI D’ORO DELLA BANCA DELLO SPIRITO SANTO NEL REGNO BORBONICO….
E… QUELLE DI OGGI
 RAI E  BANCA ETRURIA
GETTONI D’ORO CON 5 GRAMMI MANCANTI…



Il lettore, per sua esperienza o conoscenza, rileverà se pesi, pesatori, tosatori e bilancia oggi in uso siano cambiati, e come, o siano sostanzialmente rimasti quali erano, malgrado il decorso di quasi tre secoli. La scelta del processo Starace è dovuta, oltre che alla sua risonanza, al particolare momento della sua celebrazione (1744 - 1754). Erano gli anni in cui sulla giustizia soffiava un vento di discredito e contestazione. Lo aveva sollevato qualche anno prima il napoletano Giuseppe Aurelio Di Gennaro con la Repubblica Jurisconsultorum. Lo aveva seguito Ludovico Antonio Muratori con De' Difetti della Giurisprudenza. Poi gli aveva dato fiato ancora Di Gennaro con Delle Viziose Maniere del Difendere le Cause nel Foro. Avevano tentato di smorzarlo i napoletani Giuseppe Pasquale Cirillo e Francesco Rapolla, entrambi titolari della cattedra di diritto all'università e il primo anche segretario della Giunta per la compilazione del Codice. Tentativi risultati vani: giudici, avvocati, dottori, giuristi, scrivani, erano finiti tutti a pezzi, accusati di non «maneggiare rettamente le bilance della giustizia». A Castelcapuano si erano salvati i portieri, ma solo perché non se ne era parlato. Gaspare Starace, cassiere maggiore del Banco dello Spirito Santo di Napoli, fu arrestato e processato dalla Gran Corte della Vicaria e dalla Real Camera di S. Chiara per spaccio di zecchini tosati (scarsi di peso), uso di bilancia e pesi truccati, abusivo esercizio di finanziamento, reati punibili con la pena di morte. La descrizione delle fasi e dei tempi dell'annoso processo ha richiesto il richiamo della legislazione sulle monete, sui banchi, di eventi storici, giudiziari e di cronaca collegati a coloro che, a vario titolo, si occuparono o ebbero a che fare con la vicenda giudiziaria. Un elenco nutrito: il re Carlo di Borbone, il capo del governo Gioacchino Montealegre, il ministro della Giustizia Don Bernardo Tanucci, i giudici, i testimoni, gli investigatori, gli avvocati, i carcerieri. Una folla di personaggi che si mosse per il palazzo e per Castelcapuano, secolare teatro di giustizia napoletana, in un sistema legislativo-giudiziario che di frequente l'autore confronta con quello attuale traendone conclusioni che il lettore giudicherà se giuste o non. Il racconto della vicenda giudiziaria si snoda con un crescendo emotivo. Si avvia con una descrizione distaccata dei personaggi, dell'ambiente, degli usi giudiziari, per giungere a descrizioni di situazioni altamente drammatiche. Giuseppe Garofalo, noto penalista, dall'attività professionale intensa, è autore di due libri di successo, Teatro di Giustizia (Tullio Pironti, 1996) e La Seconda Guerra Napoletana alla Camorra, (Tullio Pironti, 2005). In questa nuova opera pone sotto gli occhi del lettore vizi antichi e difetti nuovi della bilancia della giustizia. Con linguaggio semplice si muove tra la legislazione antica e moderna con l'agilità e la disinvoltura di chi conosce i ferri del mestiere.


OGGI: “Premi in gettoni d’oro, quei cinque grammi mancanti”…LA TRUFFA DELLA RAI E DELLA BANCA ETRURIA SUOI GETTONI “TOSATI”…




 

L'oro non purissimo (mancherebbero circa 5 grammi per ogni kg), lo stesso fornitore (Banca Etruria) da anni e la rivendita alla Zecca dello Stato che li ha coniati per ottenere un conguaglio in denaro. L'inchiesta di Report, realizzata dal nuovo conduttore Sigfrido Ranucci, rischia di mettere in imbarazzo la Rai ma soprattutto il Poligrafico.

Tutto è partito dalla denuncia della concorrente di una trasmissione Rai che aveva ottenuto una vincita, ovviamente in gettoni d'oro dal momento che sono vietati i premi in denaro. La Zecca dello Stato, è risaputo, fornisce all'azienda radiotelevisiva pubblica i gettoni d'oro, comprando il minerale prezioso direttamente dallo stesso fornitore, anche dopo l'introduzione di una gara pubblica: Banca Etruria.

Per tramutare la vincita in denaro, però, denuncia Report, occorre superare due passaggi che ne decimano l'effettivo valore. Alla cifra ottenuta, infatti, vengono detratte le tasse, l’Iva, il costo del conio e la perdita fisiologica della fusione. Se poi si vuole cambiare i gettoni d'oro in moneta corrente, è possibile farlo sempre alla Zecca dello Stato. Anche in questo caso, però, vengono detratti la perdita fisiologica e il costo della fusione. Inoltre, sottolineano ancora Sigfrido Ranucci e Milena Gabanelli, chi vince premi non vede mai i gettoni d'oro: viene spontaneo chiedersi se essi siano stati effettivamente coniati e poi fusi. L'inchiesta ha portato il Poligrafico dello Stato ad aprire un'indagine interna e contemporaneamente presentare un esposto alla Magistratura.



giovedì 24 novembre 2016



LA STESSA DONNA
CONTESA TRA  DUE FRATELLI PROVOCO’ 4 MORTI E DUE FERITI.
IL PRIMO SERIAL KILLER 
DI TERRA DI LAVORO


SALVATORE CAPOLUONGO DI ANNI 21 DA SAN CIPRIANO D’AVERSA UCCISE IN CONTRADA “MARTINO” DI VILLA LITERNO IL CONTADINO RAFFAELE MARTINO DI ANNI 31 E IL SUO GARZONE MICHELE FABOZZI DI ANNI 16;  IN CONTRADA “ALTOMONTI”, IL CONTADINO MICHELE MARTINO DI ANNI 32 E IN CONTRADA “FOMARA” UN ALTRO CONTADINO GIUSEPPE DIANA DI ANNI 25.  

FERÌ  INOLTRE, NELLA PROPRIA MASSERIA, IL FRATELLO ANTONIO CAPOLUONGO E L’AGRICOLTORE DI ANNI 20 CORRADO CAPOLUONGO, OMONIMO MA NON PARENTE

L’ORDINE ERA :”SPARATE A VISTA”. I CARABINIERI SAPEVANO CHE L’UOMO CHE SI AGGIRAVA  NELLE CAMPAGNE DI VILLA LITERNO ERA ARMATO FINO AI DENTI. 



I delitti  avvennero il 7 maggio del 1953   in agro di Villa Literno nelle località  “Martino”, “Fomara” e “Altomonti” e  nella masseria “Pizzorotondo”
    
LA STESSA DONNA
CONTESA TRA DI DUE FRATELLI PROVOCO’ 4 MORTI E DUE FERITI

 Il primo serial killer di Terra di Lavoro. Salvatore Capoluongo di anni 21, da San Cipriano d’Aversa, uccise, in contrada “Martino” di Villa Literno il contadino Raffaele Martino di anni 31 e il suo garzone Michele Fabozzi di anni 16;  in contrada “Altomonti”, il contadino Michele Martino di anni 32 e in contrada “Fomara” un altro contadino Giuseppe Diana di anni 25.  Ferì  inoltre, nella propria masseria, il fratello Antonio Capoluongo e l’agricoltore di anni 20 Corrado Capoluongo, omonimo ma non parente.


San Cipriano d’Aversa – Mi sono occupato di questo caso il 13 ottobre del 2014, su queste stesse colonne, raccontando le gesta di quello che fu definito dai media dell’epoca “La belva di Vico di Pantano”. Ci ritorno oggi, con una prima puntata, raccontando altri inediti particolari e concludendo, nella prossima puntata,  con tutti i risvolti dei tre giudizi e delle risultanze delle due perizie psichiatriche e con molte fotografie. Rispolvero, per l’occasione, come molti lettori anziani ricorderanno i cosiddetti “feuilleton”: il romanzo d’appendice diffuso nei primi decenni dell’Ottocento pubblicato a puntate sui giornali. Perché ritorno sullo stesso delitto? Lo spiego. Nella mia prima ricostruzione – che avevo appreso facendo una ricerca sul sito de “La Stampa” di Torino fui affascinato dall’argomento trattandosi di un uomo che aveva ucciso 4 persone, ferito un conoscente e quasi ammazzato il fratello perchè si contendevano la stessa donna; che si costituì presso il suo avvocato Giuseppe Garofalo, nascosto nel cofano di una Aprilia e che fu condannato soltanto a 30 anni di reclusione. In questi due anni ho incominciato a studiare invece i processi della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (a partire dal 1950) e mi è capitato il fascicolo processuale che è ricco di foto, testimonianze e atti giudiziari dell’epoca. Quindi, per una più completa rivisitazione del caso di uno dei “serial killer” della nostra provincia ritorno sull’argomento in due puntate. Dopo questa breve premessa ecco il fatto. L’8 maggio del 1953, il comando dei carabinieri Provinciale segnalava alla Procura della Repubblica che la sera precedente l’agricoltore Salvatore Capoluongo di anni 21, da San Cipriano d’Aversa, aveva ucciso, in contrada “Martino” di Villa Literno il contadino Raffaele Martino di anni 31 e il suo garzone Michele Fabozzi di anni 16;  in contrada “Altomonti”, il contadino Michele Martino di anni 32 e in contrada “Fomara” un altro contadino Giuseppe Diana di anni 25.



 Che lo stesso aveva nel contempo ferito inoltre, nella propria masseria, il fratello Antonio Capoluongo e l’agricoltore di anni 20 Corrado Capoluongo, omonimo ma non parente. Il primo, ricoverato presso l’ospedale  dei “Pellegrini” di Napoli ed il secondo presso la Casa Santa dell’Annunziata di Aversa.  Perché quattro morti e due moribondi? Per una questione di donne e sia subito detto, di donne di malaffare. Il sanitario di guardia dell’ospedale di Aversa riferiva che Corrado Capoluongo era ferito in più parti del corpo (regione sternale, fossa sottoclaveare  sinistra, tre ferite di arma da fuoco penetranti in cavità toracica) ed era in “prognosi riservata” ed in pericolo di vita. Marcantonio Capoluongo -   interrogato dal magistrato inquirenti, per le gravissime condizioni in cui versava – escludeva di essere stato ferito dal fratello ed asseriva che era stato “uno sconosciuto” ad esplodergli contro alcuni colpi di pistola. Fedele all’osservanza che ”il sangue dei consanguinei si mastica ma non si sputa”. Corrado Capoluongo, invece, non esitava ad indicare in Salvatore Capoluongo il suo aggressore dichiarando che lo stesso gli aveva esploso contro alla distanza di circa 3 metri, un colpo  di fucile senza alcun motivo, sparando poi contro il suo garzone anche con una pistola. Sulla base di questi elementi i carabinieri denunciavano Salvatore Capoluongo che si era intanto dato alla macchia e la magistratura inquirente emetteva mandato di cattura per quadruplice omicidio e duplice tentato omicidio. Nei luoghi in cui furono consumati i delitti gli inquirenti inventariarono: 3 cartucce di fucile cal. 12; 6 pallottole dello stesso tipo, ammaccat3e e sporche di calcinacci; una pistola mod. 89 cal. 10,35 a tamburo a sei colpi, carica di cinque cartucce percosse e non esplose; 5 cartucce esplose per fucile da caccia cal.12. Per le modalità dei delitti erano stati interrogati due garzoni dell’azienda agricola dei Capoluongo testimoni oculari dell’eccidio: Vittorio Schiano, di anni 13  e Giovanni Veneziano di anni 15, nonché due contadine che lavoravano alle dipendenze dei Capoluongo, Rosa D’Aniello, di anni 19 e Annunziata Caterino di anni 40. Tutti furono concordi nel raccontare che il pomeriggio del 7 maggio si era verificato tra Salvatore Capoluongo (l’assassino) e il suo “fratellastro” Marcantonio, di qualche anno più grande, un grave alterco. La lite era scaturita dal fatto che Marcantonio Capoluongo durante una breve sosta nel lavoro dei campi era riuscito ad ascoltare – non visto – un poco benevolo discorso nei suoi riguardi, tra il fratello e le donne. Queste si lamentavano con  Salvatore – che mostrava di condividere il loro pensiero – del comportamento irriguardoso e prepotente che il fratello serbava nei loro confronti esprimendo in proposito il più vivo rammarico e censurando anche la condotta di Marcantonio che pubblicamente manteneva una prostituta tal Iolanda Iorio. Marcantonio Capoluongo era sbucato improvvisamente da un cespuglio ed aveva dato in escandescenze. Prima aveva apostrofato con gli epiteti più oltraggiosi le due donne: “In campagna siete tutte puttane”; poi  se l’era presa col fratello rimboccandogli che egli aveva relazione intima con la D’Aniello. L’altro aveva contestato questa affermazione aggiungendo che,  in ogni caso, non avrebbe dovuto vergognarsi di questa intimità posto che la D’Aniello era una brava ed onesta giovane, al contrario della Iorio – nota prostituto della zona – che era divenuta l’amante ufficiale di lui, pur continuando a concedersi a Raffaele Martino, Michele Fabozzi, Corrado, Luigi e Renato Capoluongo, Michele Martino, Giuseppe Diana e i fratelli Luigi e Nicola Reccia. Il  Marcantonio – in preda all’ira – aveva replicato che nessuno si era mai permesso di togliergli la donna, che solo lui, Salvatore, aveva osato farlo senza alcun riguardo per il fratello maggiore; ed anzi aggiungeva che di tanto era venuto a conoscenza proprio ad opera di tutte quelle persone che egli aveva nominate. I due allora  erano stati nel punto di venire alle mani, ma il tempestivo intervento di un loro zio Giuseppe Capoluongo – il quale confermava il particolare – aveva impedito un più increscioso sviluppo dell’alterco. Ma durante tutto il pomeriggio Marcantonio non aveva smesso di molestare le donne e il fratello canticchiando e mormorando frasi salaci. Verso le 18 e trenta, pertanto, quando il lavoro volgeva al termine e le donne e i garzoni erano intenti a trasportare l’erba nella stalla, Salvatore, che fino allora non aveva profferito più parola dopo il diverbio, era salito sul vano superiore della masseria  impadronendosi della pistola del fratello cal. 7.65. Con essa aveva poi raggiunto il fratellastro esplodendogli contro tutti e sette i colpi di cui l’arma era carica allontanandosi poi di corsa appena accortosi del sopraggiungere del padre e dello zio. Ulteriori e più raccapriccianti particolari si seppero dalle testimonianze del guardiano Antonio Cavaliere e del ferito (in via di ripresa) Corrado Capoluongo.  Il guardiano dichiarava di abitare in una masseria vicino a quella dei Capoluongo e di aver percepito indistintamente dei colpi di pistola e dopo circa un quarto d’ora,  tre colpi di fucile sparati dalla masseria di Raffale Martino distante dalla sua una settantina di metri. Dopo brevissimo tempo, una quindicina di minuti, altri tre colpi di fucile erano echeggiati dalla casa colonica di Stefano Capoluongo  ove più tardi era stato rinvenuto il cadavere di Michele Martino. Verso le 19 e trenta erano sopraggiunti i garzoni Schivo e Veneziano i quali – ancora spaventati per l’aggressione del Salvatore Capoluongo al fratello ne avevano informato il guardiano. Antonio Cavaliere chiariva anche che egli spesso, aveva ospitato nottetempo Marcantonio Capoluongo e la sua amante Iolanda Iorio allo scopo di agevolare la loro tresca durante il periodo in cui, pernottando il Salvatore Capoluongo nella masseria paterna, non era possibile ai due di dar sfogo al loro desiderio. Precisa, inoltre che la Iorio era una prostituta e che era stata condotta in automobile, una sera, da Salvatore Capoluongo e da Luigi Capoluongo, fratello di Corrado Capoluongo,  nella sua casa colonica per trascorrervi qualche ora piacevole; che alla epoca egli conviveva con un’altra donna di facili costumi, tal Vita Maria Gismonti che in seguito si era concessa a Salvatore Capoluongo, a Raffaele Martino, a Michele Fabozzi e a Marcantonio Capoluongo. Dell’infedeltà della donna egli era venuto a conoscenza proprio ad opera del Salvatore Capoluongo, il quale “per togliergli la femmina” lo aveva informato della cattiva condotta di lei giungendo fino a fargli confermare l’accaduto dai vari interessati – sotto  la minaccia di una pistola  – perché esso Cavaliere non gli prestava fede.  Il fratellastro ferito, Corrado Capoluongo affermava  che egli si trovava a riposare – disteso sul letto – verso le 18,30 allorchè aveva fatto ingresso Salvatore Capoluongo, armato di fucile. Questi, dopo avere chiesto al suo garzone Michele Martino, di anni 65,  che era intento a consumare un frugale pasto  nel vano antistante, se in casa vi fosse suo fratello Renato, ed essendo stato informato dal vecchio della presenza di esso Corrado, era entrato nella camera mentre lui – che aveva udito il breve colloquio – si era affrettato a chiedergli se avesse bisogno di qualche cosa. L’altro aveva appena risposto negativamente ed imbracciato il fucile gli aveva esploso contro un colpo rivolgendo subito l’arma contro il garzone. Per quanto ferito il Capoluongo aveva trovato la forza di darsi a precipitosa fuga per la campagna invocando soccorso, inseguito dal fratello che voleva finirlo che, brandita una pistola, aveva cercato invano di esplodere qualche colpo perché l’arma non aveva funzionato esclamando con voce alta: “Corrado… sei vivo per miracolo!”.. ma non finirà qui…”.  Ed infatti non finì. Vi furono altri 4 morti ed un ferito grave. Iolanda Iorio, la “bocca di rosa” che allietava le serate dei contadini della zona, innanzi al magistrato inquirente ammise di essere “l’amante”  di Marcantonio Capoluongo, di avere esercitato per lungo tempo “il mestiere più antico del mondo”, di aver avuto rapporti sessuali intimi con Luigi e Patrizio Capoluongo, - ma non con Michele Martino, perché vecchio e cieco ad un occhio. Ammetteva infine di essersi congiunta carnalmente con Salvatore Capoluongo“ma prima di divenire l’amante del fratello” spiegando che i rapporti con Salvatore Capoluongo erano stati in seguito di pura amicizia e che non avesse mai immagi nato che la sua relazione avesse potuto creare astio tra i due fratelli. Interrogato a suo volta l’autore dei delitti, dopo che si era costituito presso il suo avvocato e tradotto in carcere ammise le sue responsabilità chiarendo che effettivamente la Caterino e la D’Aniello – durante il percorso per ritornare al lavoro nei campi – dopo la sosta della colazione si erano lamentate con lui del comportamento irriguardoso del fratello il quale le maltrattava, le faceva oggetto di volgare ingiurie ed aveva tentato più di una volta di fare violenza alla giovane D’Aniello. Egli aveva risposto che avessero pazienza perché il fratello era un poco di buono, aveva per amante una prostituta ed era il disonore della famiglia. Marcantonio, seminascosto nel grano, aveva tutto udito: Era comparso davanti a loro in preda alla più viva agitazione e aveva rivolto alle donne frasi da trivio, rivolgendosi poi a lui incolpandolo di avere rapporti con la giovane contadina D’Aniello. Egli aveva negato simile accusa ed aveva ribattuto che in ogni caso di ciò non poteva fargli addebito dato che lui manteneva la Iorio che notoriamente si concedeva a tutti i contadini della zona.  Marcantonio aveva replicato che proprio esso Salvatore gli mancava di rispetto circuendo la sua donna e possedendola nella casa di Antonio Cavaliere, così come aveva appreso dai Martino, dai Capoluongo, dal Diana e da altre persone. Egli non gradiva che gli altri “mangiassero nel suo piatto” . Quanto alla D’Aniello, appena se ne fosse presentata l’occasione egli l’avrebbe fatta sua ed era disposto a “far saltare le cervella”, a chiunque si sarebbe opposto alla sue brame.  L’incidente era stato sedato dall’intervento della zio Giuseppe – ma durante tutto il pomeriggio – il fratello non aveva smesso il suo atteggiamento provocatorio insultando le donne e rivolgendo loro frasi licenziose. Per il che – dopo lunga sopportazione – al colmo dell’ira egli era andato ad armarsi della pistola nel vano superiore della masseria. Si era poi avvicinato al fratello, tenendo nascosta l’arma e gli aveva detto che non intendeva oltre tollerare. Marcantonio, con fare canzonatorio, aveva risposto che egli avrebbe fatto ciò che gli pareva e che la D’Aniello sarebbe stata sua. Egli allora, aveva scaricato contro il fratello tutti i sette colpi dell’arma allontanandosi dalla masseria di casa per il sopraggiungere del padre e dello zio.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta







I DELITTI  AVVENNERO IL 7 MAGGIO DEL 1953   IN AGRO DI VILLA LITERNO NELLE LOCALITÀ  “MARTINO”, “FOMARA” E “ALTOMONTI” E  NELLA MASSERIA “PIZZOROTONDO”


LUNEDI’  28 NOVEMBRE   ’16
NELLA RUBRICA CRONACHE DAL PASSATO
A CURA DI FERDINANDO TERLIZZI
SUL QUOTIDIANO
“CRONACHE DI CASERTA”


E ON LINE SU
“SCENA  CRIMINIS”
POTRETE LEGGERE IN DUE PUNTATE TUTTI I RETROSCENA DEL DELITTO

La ragazza Rosa D’Aniello dichiarò ai giudici che era stata sedotta  da Salvatore Capoluongo nella stalla della masseria qualche mese prima del delitto.



L’epilogo della tragedia. Sbarazzatosi dell’arma si era diretto verso la vicina masseria di Raffaele Martino. Questi e il garzone Fabozzi nel vederlo sopraggiungere gli avevano chiesto la ragione della sua presenza, ma lui non aveva risposto dirigendosi verso la casa colonica, seguito dal Martino. Salito poi nel vano superiore della masseria “non notando il fucile nel vano a pianterreno” e scorta l’arma ad uno spigolo del muro aveva esploso contro il Martino due colpi di fucile giacchè al primo sparo la vittima dava ancora segni di vita. Era accorso allora il Fabozzi, armato di pistola, il quale aveva cercato di puntargliela contro ma lui che aveva ricaricato il fucile, si era rapidamente disfatto del giovane con altri due colpi. Impadronitosi quindi della pistola dell’ultima vittima si era portato nella masseria “Alberolungo” per continuare la sua implacabile  vendette e quivi aveva rinvenuto, nel primo vano a pianterreno, il vecchio garzone Michele Martino, che stava mangiando e, nella seconda stanza, nella quale si era subito diretto, il Corrado Capoluongo sdraiato su un letto. Egli aveva fatto fuoco immediatamente contro il Capoluongo e aveva poi esploso un secondo colpo contro il Michele Martino che nel frattempo aveva tentato di impadronirsi di un fucile appeso al muro. Dell’intervento del Martino ne aveva approfittato, per fuggire, Corrado Capoluongo portando con sé l’arma che era riuscito a staccare dalla parete mentre esso Salvatore lo aveva inseguito cercando di far esplodere i colpi della pistola che invece non aveva funzionato. Compiuti questi ultimi delitti egli si era diretto in località “Fornara” ove aveva fatto incontro con Giuseppe Diana il quale era armato di fucile. Il Diana gli aveva  chiesto ove fosse diretto, ma egli nulla aveva risposto cercando di allontanarsi finché indispettito dall’insistenza del Diana – il quale lo seguiva – aveva atteso che questi si avvicinasse fino ad un paio di metri – per ucciderlo con due colpi di fucile che lo avevano raggiunto in pieno. Subito dopo, impossessatosi dell’arma del morto, si era allontanato dalla zona per darsi alla latitanza e trovando rifugio – dopo essersi sbarazzato delle armi – in Quarto di Marano presso un suo conoscente tale “Vincenzo ò scarparo”, ivi trattenendosi fino alla sera precedente al suo arresto; allorché prelevato con un’automobile da un suo zio, Saverio Capoluongo,  si era diretto a Santa Maria Capua Vetere ove si fece arrestare sotto lo studio del suo difensore al corso Umberto I. Ci teneva a rimarcare il Capoluongo alla fine del suo interrogatorio che Michele Martino, Corrado Capoluongo e i fratelli, il diana, il Raffaele Martino ed anche i germani Reccia avevano riferito al fratello che egli tre o quattro volte si era congiunto con la Iorio; che gli stessi erano anche al corrente – per indiscrezione della Iorio – che una volta non era riuscito a consumare il coito “forse perchè preso dalla preoccupazione” ; che dopo l’aggressione a Marcantonio aveva pensato di vendicarsi di tutti quelli che avevano informato il suo congiunto di questi fatti  “avendoli essi costretto ad uccidere il fratello”. Nei successivi interrogatori il Capoluongo omise ed ampliò alcuni aspetti della vicenda. Egli specificava, infatti, che già da qualche mese il fratello Marcantonio aveva posto gli occhi sulla D’Aniello che lui corteggiava, per il che egli aveva raccomandato alla Caterino di non lasciare mai sola la ragazza anche perché il fratello gli aveva espressamente rivelato che le sue intenzioni dicendo che “era il re di tutte le femmine e se le doveva  ripassare una alla volta”. Ma, colpo di scena, la ragazza Rosa D’Aniello dichiarò ai giudici che era stata sedotta  da Salvatore Capoluongo nella stalla della masseria qualche mese prima del delitto.   

Fonte: Archivio di Stato di Caserta