giovedì 22 settembre 2016




LUNEDI’ 26 SETTEMBRE  ’16
NELLA RUBRICA CRONACHE DAL PASSATO
A CURA DI FERDINANDO TERLIZZI

SUL QUOTIDIANO CRONACHE DI CASERTA
E ON LINE SU “SCENA  CRIMINIS”
POTRETE LEGGERE TUTTI I RETROSCENA DEL DELITTO  CHE  ACCADDE

 NELL’ABITAZIONE DI VIA FABIO MASSIMO N°18 A MADDALONI IL 26 DICEMBRE  LA SERA DI SANTO STEFANO NEL NATALE 1953

UN CALZOLAIO DOPO AVER  SCONTATO UNA CONDANNA PER OMICIDIO  DIVENTATO  CIECO IN MANICOMIO  UCCISE LA MOGLIE PER GELOSIA.


LUI  ERA CIECO, VIOLENTO E UBRIACONE, CON TRE FIGLI, LA MOGLIE MALATA E QUASI CIECA FU ACCOLTELLATA MA MORÌ  PER EMORRAGIA ANCHE PERC L’ EPILOGO DELLA VICENDA.  ESTINTO   IL REATO PER MORTE DEL REO.
RINVIATO A GIUDIZIO E POI TRASFERITO NEL CARCERE DI POGGIOREALE FU COLPITO DA ICTUS.




SEBASTIANO PENGUE ERA UN CRIMINALE. SI ERA MACCHIATO DI UN ORRENDO DELITTO SEMPRE CON UN COLTELLO A SERRAMANICO E SEMPRE IN STATO DI EBREZZA PER UNA STORIA DI DONNE E DI GIOCO. LA CORTE DI ASSISE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE LO AVEVA INFATTI GIÀ CONDANNATO NEL 1907, QUANDO AVEVA SOLTANTO 20 ANNI, COL BENEFICIO DELLA SEMINFERMITÀ MENTALE A 7 ANNI DI MANICOMIO CRIMINALE. DOPO 46 ANNI UN ALTRO DELITTO.
  



martedì 20 settembre 2016

MASTER DI II LIVELLO IN GIUSTIZIA TRIBUTARIA ITALIANA ED EUROPEA

IL PRESIDENTE LUCIO DI NOSSE 

ORGANIZZATO DALL’ORDINE DEI COMMERCIALISTI E DALL’UNIVERSITÀ TELEMATICA DELLE CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE. DOCENTI DI CARATURA NAZIONALE.     


CASERTA – E’ IN PIENO SVOLGIMENTO, PRESSO L’AULA MAGNA DELL’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI DI CASERTA, IL MASTER DI II LIVELLO IN “GIUSTIZIA TRIBUTARIA ITALIANA ED EUROPEA” ORGANIZZATO DALL’UNIVERSITAS MERCATORUM, (UNIVERSITÀ TELEMATICA DELLE CAMERE DI COMMERCIO ITALIANE), IN COLLABORAZIONE CON L’ORDINE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI E DEGLI ESPERTI CONTABILI DI CASERTA PRESIEDUTO DA PIETRO RAUCCI.  IL MASTER – CHE SI AVVALE DELLA COMPETENTE E PROFICUA COLLABORAZIONE DEL PROF. PASQUALE MENDITTO,  MAGISTRATO TRIBUTARIO, VICE PRESIDENTE COMMISSIONE TRIBUTARIA DI NAPOLI, NELLA QUALITÀ DI DIRETTORE,  – AVRÀ LA DURATA DI DUE ANNI. TRA I DOCENTI CHE SI ALTERNERANNO IN CATTEDRA: LUCIO DI NOSSE, MAGISTRATO TOGATO, COMPONENTE DEL CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELLA GIUSTIZIA TRIBUTARIA (IL CSM DEI TRIBUTARISTI) E PRESIDENTE DELLA SEZIONE FALLIMENTARE DEL TRIBUNALE DI NAPOLI; ALFREDO MONTAGNA, COMPONENTE DEL CONSIGLIO DI PRESIDENZA DELLA GIUSTIZIA TRIBUTARIA DI ROMA; MARIA ANTONIETTA TRONCONE, PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI SANTA MARIA CAPUA VETERE  E  ROBERTO RUSTICHELLI, GIUDICE TRIBUTARIO CTP DI NAPOLI E PRESIDENTE TRIBUNALE DELLE IMPRESE DI NAPOLI.
IL PROF. PASQUALE MENDITTO 

 IL PERCORSO FORMATIVO, PARTENDO DALLE EVOLUZIONI DALLA NATURA DEL PROCESSO TRIBUTARIO CON PARTICOLARE RIGUARDO AGLI ATTI PROPRI DEL CONTENZIOSO TRIBUTARIO È RIVOLTO A FORNIRE UNA ADEGUATA ED AGGIORNATA PREPARAZIONE IN CAMPO GIURIDICO-FISCALE-SOCIETARIO. IL MASTER HA COME OBIETTIVO L’ACQUISIZIONE DELLE COMPETENZE E DELLE CONOSCENZE NECESSARIE ALLA DIFESA DEL CONTRIBUENTE IN SEDE TRIBUTARIA DA PARTE DEI PROFESSIONISTI ABILITATI AL PATROCINIO TRIBUTARIO, ALL’AGGIORNAMENTO DEI DIPENDENTI DELLA AGENZIA DELLE ENTRATE NONCHÉ DEI MAGISTRATI TRIBUTARI. E’ RIVOLTO A DOTTORI COMMERCIALISTI, AVVOCATI, E A TUTTI COLORO CHE SONO ABILITATI AL PATROCINIO TRIBUTARIO, AI MAGISTRATI TRIBUTARI, AI DIPENDENTI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE, IN POSSESSO DI LAUREA SPECIALISTICA, NONCHÉ DI ATTESTATO DI FREQUENZA AD UNO DEI CORSI DI SPECIALIZZAZIONE IN DIRITTO TRIBUTARIO. LA CERTIFICAZIONE FINALE DEL MASTER ASSEGNA TITOLI PREFERENZIALI PER IL CONCORSO DI GIUDICI TRIBUTARI.



domenica 18 settembre 2016



  

  

GIOVANNI PANARELLO UCCISE LA FIDANZATA NICOLINA PICCIRILLO  
CON UN COLPO DI PISTOLA






Il delitto accadde  alle ore 18 nella contrada  “Pioppitelli”  in agro di Caianello
il   4 settembre del 1953



Marzanello - Con il primo fonogramma al Pretore di Teano, il 5 settembre del 1953,  i carabinieri della stazione di Vairano Scalo informavano che verso le 18:00 del giorno precedente, nella contrada “Pioppitelli”, in agro di Caianello, il  contadino Giovanni Panarello, di anni 28, aveva ucciso con un colpo di pistola la fidanzata Nicolina Piccirillo di anni 21 per cause non ancora precisate e che l’omicida si era reso irreperibile. Con un rapporto successivo del 10 settembre del 1953, i carabinieri riferivano  allo stesso Pretore che, poiché si era andata delineando l’ipotesi che il movente del delitto avesse trovato origine in una “forma morbosa di gelosia”, determinata da un “complesso di inferiorità” di cui si sentiva affetto il Panariello, avevano interrogato diversi individui e che le dichiarazioni di alcuni di costoro sul carattere del Panarello avevano giovato a determinare il convincimento che l’assassinio era stato commesso per “gelosia”. Il giovane assassino,  interrogato, in un primo tempo tentò di attribuire il fatto ad una disgrazia,  ma successivamente si decise a confessare la sua “verità” Narrò che da molti mesi la sua mente era “ammalata di gelosia”, riferendo, in merito, che nel mese di aprile del 1953 la Piccirillo, ammalata, gli aveva espresso il rammarico per aver saputo che un di lui cugino, Quirino Panarello, aveva proibito alla propria fidanzata, Carmela Fera di recarsi a farle visita per timore di contagio e che, invece, ciò non era vero per cui egli aveva dedotto che la storiella narratagli  dalla fidanzata fosse un pretesto qualsiasi per giustificare lo strano comportamento nei suoi riguardi da parte di lei che gli aveva dato la netta sensazione di non corrispondere al suo affetto con uguale misura. Sempre a proposito della gelosia, segnalò che, nel corso di un colloquio inteso a chiarire quell’episodio, egli, preso dalla gelosia, aveva estratto un coltello e con lo stesso minacciata la fidanzata, senza, peraltro, tradurre in atto il suo gesto di cui, poi, si era pentito chiedendole scusa, e che, ciò nonostante, in seguito la Piccirillo gli aveva dato la sensazione di non aver dimenticato quell’azione e, pertanto, egli aveva provato sempre l’impressione che di tanto in tanto ella nei suoi discorsi facesse affiorare il suo rincrescimento per la minaccia subita.  Ancora fece notare che, avendo la madre della Piccirillo detto che la figlia “non lo sposava per motivi d’interesse”, egli aveva pensato fosse quello il motivo vero e la giustificazione data e non richiesta fosse la prova lampante  e che in tal modo, si era fatta strada nel suo animo la convinzione che nel cuore della fidanzata si fosse intromesso un altro uomo e, perciò, aveva carpito l’occasione per esternare il suo sospetto alla fidanzata che, però, aveva taciuto onde egli aveva interpretato “il silenzio” come una “tacita” conferma. Inoltre riferì che una volta, avendo detto la fidanzata “che sabato disgraziato”, aveva creduto come le ragazze fosse infastidita dalla sua presenza, che il 23 agosto 1953 egli, invitato a pranzo dalla fidanzata, aveva notato che costei non aveva mangiato adducendo di sentirsi male, e ciò aveva pensato, invece, fosse una logica conseguenza derivante dalla sua presenza non gradita, che nel pomeriggio di detto giorno – avendo la Piccirillo esternato il desiderio di farsi fotografare -  egli aveva proposto di fotografarsi insieme, avendone un rifiuto che aveva trovato strano e di cui si era adombrato maggiormente quando ella, per eludere la proposta, aveva rinunciato fotografarsi, che nello stesso pomeriggio avesse visto insieme con la fidanzata un film e che, avendo ritenuto raffigurasse lei e se stesso, rimasto scosso a tal punto da parlarne alla ragazza la quale, però, non aveva saputo rassicurarlo. 

Infine rese noto che successivamente, stando con la Piccirillo, aveva visto un giovane in Lambretta  - (La Lambretta era uno scooter italiano prodotto dalla industria meccanica Innocenti di Milano, nel quartiere Lambrate, dal 1947 al 1972. Il nome “Lambretta” deriva dal fiume Lambro, che scorre nella zona in cui sorgevano proprio gli stabilimenti di produzione. N.d.R) -  passare vicino a loro e, domanda, saputo che costui intendeva corteggiare una cugina della fidanzata che egli, invece, aveva avuto la sensazione che quel giovane corteggiasse la Nicolina ed, inoltre, che un giorno, avendo avuto dalla fidanzata una lettera con preghiera di imbucarla, l’aveva aperta e ne aveva letto il contenuto che non era affatto lusinghiero per il destinatario, e, comunque, aveva ritenuto diretto a lui onde aveva pensato che la ragazza, supponendo che egli avesse aperto la lettera, aveva studiato quell’espediente per fargli capire che non l’amava incondizionatamente.  Riferendosi al delitto, disse che aveva deciso di farla finita una volta per sempre con una donna la quale gli aveva dato “l’esatta impressione di non amarlo”, che nel giorno del delitto la discussione era stata imperniata sulla chiarificazione di quella lettera, che, a proposito dell’apertura di essa, la Piccirillo non  aveva dimostrato sorpresa e nulla aveva detto, e nel viaggio di ritorno verso l’abitazione della ragazza la discussione era divenuta animata, che, continuando la discussione, egli aveva detto alla fidanzata come  “non gli garbasse il suo modo di comportarsi, che, avendo lei risposto di “non aver paura di lui” e, quindi, con una frase che lo “aveva toccato nel suo amor proprio”, aveva estratto la pistola  e sparato.


 Tale interrogatorio il Panarello confermò al Pretore di Teano al quale precisò: “Dopo tale fatto (la minaccia col coltello) i nostri rapporti peggiorarono giacché lei si mostrava sempre più fredda nei miei riguardi ed alle mie rimostranze opponeva sempre un ostinato silenzio che ritenevo come indice di mancanza di affetto. In più di una occasione la Piccirillo, per quanto velatamente, dimostrava di essere ancora e sempre risentita per la minaccia fattale col coltello. Cominciai a convincermi che ella  effettivamente non corrispondesse al mio affetto con eguale intensità … Io non prestai fede a ciò (che il giovane in Lambretta corteggiasse  una cugina della  fidanzata)  e le dissi che ero convinto che quel giovane non era andato per Anna (la cugina)  ma per lei, al che la Piccirillo non oppose risposta alcuna ed io mi convinsi di più che la verità fosse quella da me pensata…La trama del film mi sembrò riproducesse esattamente il mio stato d’animo e la situazione di incertezza in cui si svolgeva il nostro amore: ciò dissi alla Piccirillo e, come al solito, si chiuse in un mutismo…Il giorno del delitto mi recai sul fondo ove la Piccirillo pascolava. Parlammo del nostro prossimo matrimonio. Le ricordai che il giorno prima, essendo invitato a casa sua, lei non aveva toccato cibo col pretesto di non sentirsi bene, mentre io attribuivo ciò a mancanza di affetto verso di me e lei rispose che non aveva voluto mangiare perché non si sentiva bene. Abbiamo allora preso il cammino per andare a casa di lei  e allora le dissi che la lettera era effettivamente diretta a me,  che lei l’aveva scritta, che lei  sapeva che io, sospettando, l’avrei letta ed era stata da me letta ed avevo compreso che il film, che a me aveva fatto tanta penosa impressione, a lei era sembrato bellissimo, ciò che significava che i nostri sentimenti erano agli antipodi e che lei effettivamente non mi voleva bene…”

Ma all’interrogatorio reso il 5 ottobre 1953 al Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, il Panarello, dopo aver detto di non aver avuto rapporti intimi con la fidanzata e di non aver avuto intenzione di ucciderla, prospettò ancora la tesi della accidentalità del fatto, sostenendo che il colpo era partito accidentalmente mentre teneva la pistola in mano e la mostrava alla ragazza  e che ciò aveva pure fatto presente ai carabinieri e al Pretore.  Anche in altro interrogatorio giudiziario  - datato 30 novembre del 1953 - il Panarello sostenne la tesi della accidentalità del fatto, dicendo a seguito di contestazioni: “Mentre camminavo la Piccirillo, alla mia domanda “perché eri così fredda e disturbata” confermò il suo proposito di lasciarmi dicendo che le carte che avevamo cacciato per il matrimonio si potevano pure stracciare. A ciò cavai di tasca la pistola  unicamente per spaventarla e per farla desistere dal suo proposito. Un colpo partì accidentalmente attingendola. Io non ho deflorato  la Piccirillo   perché, se così fosse stato, non mi sarei  permesso di ammazzarla”.  Dal canto loro, i testimoni interrogati dai carabinieri e poi escussi  dall’Istruttore fornirono notizie su circostanze del delitto e sui precedenti del Panarello. Giovanna Piccirillo che si trovava con la Nicolina  ed il Panarello la sera del delitto, disse di non aver sentito, il discorso tra l’uno e l’altra, di aver notato che lui appariva turbato in volto, di aver sentito, ad un certo momento lei dire al Panarello di riprendersi la bicicletta e lui rispondere: “Per forza mi devo tornare?”; di aver notato alcuni istanti di silenzio e dopo udito un colpo di pistola. Al giudice istruttore nel confermare tutto ciò segnalo inoltre che lo imputato “è un tipo di carattere poco espansivo”. Non diversamente sul conto del Panarello si espresse Giovannina Fera  che ancora riferì di avere verso le 18:00,  18:30 del 4 settembre udito un colpo di pistola e, poco dopo, visto il Panarello col viso sconvolto. Rosa Ruizzo -  che vide i fidanzati poco minuti prima  del delitto -  segnalò che “lui era turbato in volto”  che “pure la ragazza era un pò turbata”. Dal canto suo Sabatino Cerchia dichiarò che il Panarello “era di carattere taciturno” e “talvolta strano” ed inoltre era perseguitato da una sorda ed insana gelosia che gli rodeva continuamente il cervello, soggiungendo, al riguardo che il  26 luglio il Panarello si era lamentato con lui della fidanzata in quanto non “era puntuale all’appuntamento” ed aveva detto che ciò gli dava “l’impressione che avesse un altro fidanzato. Precisò poi al magistrato che in un colloquio con lui il Panarello gli aveva domandato vagamente se la Piccirillo avessi un altro fidanzato, mostrandosi, però, di non essere convinto di tale eventualità, e soggiunse che il Panarello era un tipo “chiuso” e “taciturno”. Carmela Fera depose di non essere andata a visitare Nicolina Piccirillo perché occupata nei lavori e non perché il suo fidanzato, Quirino Panarello glielo avesse proibito. Giovanni Zamba rese noto di non aver ricevuto dalla sua fidanzata, Anna Panarello una lettera in cui gli descrivesse la trama di un film ed esprimesse il suo  giudizio sul film medesimo. 

Orazio Gallo, maresciallo dei carabinieri segnalò che il Panarello era di carattere “taciturno”, quasi un misantropo e non facile a fare delle confidenze. Ugualmente si espresse Anna Piccirillo che, inoltre, dissi di avere, verso la fine dell’agosto 1953, scritto al fidanzato Giovanni Zampa, militare ad Ariano Irpino, una lettera in cui diceva che il noto film “Core furastiero” era bello  e non  giunta a destinazione, di avere, verso la fine di maggio detto anno, visto la  “Nicolina Piccirillo  a terra ed il Panarello su di lei impugnando un coltello con la lama rivolto verso il suo viso” e di averle detto la Piccirillo in ordine a tale fatto, che il Panarello le aveva fatto “la scenata”  perché gli era giunto all’orecchio che ella lo aveva chiamato “scemo”, laddove, in altro interrogatorio, ebbe a prospettare il fatto che il Panarello - in quel giorno -  cercasse di possedere la fidanzata, soggiungendo, però, che costei mai le aveva  confidato di essere stata deflorata dal Panarello:  circostanza, questa, pure resa nota dalla sorella della Piccirillo a nome Amelia che, inoltre, precisò che mai la Nicolina le aveva detto di essere stata oggetto di violenza da parte del Panarello allo scopo di congiungersi carnalmente. Trovandosi nelle carceri giudiziarie di Santa Maria Capua Vetere ( il vecchio  convento francescano di Piazza San Francesco, definito da molti “la fossa dei leoni”, un vero e proprio labirinto di sevizie e di torture) il 18 giugno del 1955, tentò il suicidio facendo “harakiri” (la forma di suicidio rituale a cui ricorrevano i samurai giapponesi caduti in disgrazia o condannati a morte) e si produsse numerose ferite da taglio alla regione addominale “perché era dispiaciuto del mancato matrimonio con la Nicolina”.







La condanna fu a 18 anni di reclusione. In appello gli fu riconosciuta la seminfermità mentale e la pena fu di 14 anni di manicomio criminale


Gli avvocati di parte civile, già nella fase istruttoria, denunciarono con istanze  dirette  prima al Giudice Istruttore Mario Mancuso,  e poi al suo successore Ugo Del Matto, “la brutalità e crudeltà del proditorio delitto”. Ma con gli interrogatori resi in più riprese ai carabinieri di Piedimonte d’Alife e poi al Giudice Istruttore, il dissenso tra i difensori dell’imputato e quelli di parte civile si acuì. “Il gesto criminale – scrissero per la parte civile – consumato da Giovanni Panarello è di una ferocia senza pari”. Il perito della consulenza tecnica Dr. Giuseppe Auriemma di Santa Maria Capua Vetere dopo aver effettuato gli esami autoptici conclamò che la ragazza ”era stata deflorata da tempo anche se non era adusa al coito”.  Un delitto – concluse la sentenza di rinvio a giudizio – “in preda a foia carnale, voleva prendersi quella sera la rivalsa carnale di quello che s’era preso col coltello e cacciò la pistola”. In dibattimento il Panarello si comportò da vero “borderline”. Punzecchiato dalle domande del Presidente a stento rispose con monosillabe ed a voce bassa. “Insisto nel dire che non ho sparato e non so neppure se la Nicolina è morta. Io sto bene e non voglio andare in manicomio”.  Ci fu poi la sfilata dei testimoni: Antonio De Simone, Giovanna Fera, Genoveffa Fera, Pasqualina Fera, tutti da Caianiello; Rosa Ruizzo, da Vairano Patenora; Pasquale Guadagnuolo, da Teano e Francesco Panarello, Carmela Fera Sabatino  Cerchia,  da Marzanello. La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere relatore, Renato Mastrocinque; pubblico ministero, Nicola Damiani) con sentenza del 20 giugno 1955, dopo aver negato la perizia psichiatrica, invocata dai suoi difensori con apposita ordinanza: “Ritenuto che nessuno dei certificati esibiti attesta malattie dell’imputato che possono far desumere una sua menomata capacità mentale riguardando essi certificati solo dei larghi parenti dell’imputato medesimo il cui genitore soltanto risulta essere stato affetto da semplici attacchi nervosi e solo nel luglio 1954. Ritenuto ancora che i lunghi e circostanziati interrogatori resi in istruttoria dall’imputato tendenti anzi a dimostrare la mera accidentalità del fatto, denunziano nell’imputato medesimo un odierno atteggiamento di simulazione che pertanto non sussistono i gravi e fondati indizi che consigliano una perizia psichiatrica”. La sentenza fu di condanna per Giovanni Panarello per omicidio volontario in danno di Nicolina Piccirillo, con la concessione delle sole attenuanti generiche, alla pena di anni 18 di reclusione. Come spesso accade in ogni processo la sentenza venne appellata  - sia dal Procuratore Generale il cui ufficio aveva chiesto l’ergastolo - “La Corte avrebbe dovuto dichiarare Giovanni Panarello colpevole di omicidio aggravato dal motivo abietto e non avrebbe dovuto applicargli le attenuanti generiche”;  e sia dal difensore Avv. Ciro Maffuccini:  “La Corte avrebbe dovuto concedere la invocata perizia psichiatrica. Tale richiesta era ed è legittimata dalla imponente documentazione esibita, da cui risulta l’esistenza di tare ereditarie profonde e molteplici nella famiglia del Panarello”. Il 4 luglio del 1957, dopo due anni dal primo processo, in sede di appello, Giovanni Panarello fu trasferito dal Carcere di Poggioreale al Manicomio Giudiziario per essere sottoposto a perizia psichiatrica affidata al Prof. Giulio Cremona, Direttore del Manicomio Giudiziario di Napoli e al Dott. Giovanni Nonis, primario presso lo stesso istituto. La risposta ai quesiti fu: “Giovanni Panarello, al momento del fatto di cui è processo, si trovava, per infermità, in condizioni di mente tali da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere. Egli è persona socialmente pericolosa”.  La Corte di Assise di Appello (Presidente, Emanuele Montefusco;  giudice a latere,  Mario Sabelli; Procuratore Generale,  Luigi De Magistris (il nonno dell’attuale sindaco di Napoli)   concesse all’imputato la “diminuente della seminfermità mentale” e la condanna fu fissata in anni 14. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati: On. Avv. Stefano Riccio, Avv. Salvatore Fusco,  Avv. Giuseppe Fusco, On. Avv. Prof. Alfredo De Marsico, Avv. Ciro Maffuccini e Avv. Federico De Pandis.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta


venerdì 16 settembre 2016



ORMAI, STANDO AL METODO INGROIA, VENERATO MAESTRO D'ANTIMAFIA E DI LEGALITÀ, S'AVANZA UNA NUOVA CULTURA: QUELLA DELL'AMMICCAMENTO OBLIQUO, DELL'ALLUSIONE VERMINOSA, DEL DIRE E NON DIRE. CHE CI RENDERÀ, FINALMENTE, TUTTI COLPEVOLI. OSSIA… CIENTE NIENTE ACCERETTERE  NU CIUCCIO…



IL GIOCHINO MALEDETTO DEL "SOSPETTO COME ANTICAMERA DELLA VERITÀ", USATO PER ANNI DAI PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA CONTRO I PROPRI NEMICI, NON SI È MAI FERMATO. ORA LO RILANCIA, CON UN AZZARDO, L'EX PM ANTONIO INGROIA.
RICORDATE L'ALLEGRA TEOLOGIA DEL "SOSPETTO COME ANTICAMERA DELLA VERITÀ"? È STATO PER ANNI IL GIOCHINO INFAMANTE CON IL QUALE OGNI PROFESSIONISTA DELL'ANTIMAFIA FINIVA PER CRIMINALIZZARE E QUINDI NEUTRALIZZARE I PROPRI NEMICI POLITICI. UN MARESCIALLO DEI CARABINIERI AVEVA DECISO DI INDAGARE SULLE MALEFATTE DI UN SINDACO?
NESSUNA PAURA: IL SINDACO VESTIVA I PANNI DELL'EROE, IN LOTTA PERENNE CONTRO LE INVISIBILI ARMATE DI COSA NOSTRA, E ALLA PRIMA TRASMISSIONE TELEVISIVA LANCIAVA A MEZZA BOCCA UN'ALLUSIONE ISPIDA E VELENOSA VERSO QUELL'INVESTIGATORE INVASIVO E INOPPORTUNO. GENERALMENTE IL GIOCHINO FUNZIONAVA, RAPIDO E RISOLUTIVO. IN UN CASO - IL TRAGICO CASO DEL MARESCIALLO ANTONINO LOMBARDO, ACCUSATO DAVANTI ALLE TELECAMERE DI MICHELE SANTORO DI AVERE CHIUSO UN OCCHIO SULLA LATITANZA DI GAETANO BADALAMENTI, BOSS DI CINISI - LA GOGNA, MONTATA A TAVOLINO SENZA ALCUNA PROVA, SI È CONCLUSA ADDIRITTURA CON IL SUICIDIO DEL POVERO SOTTUFFICIALE, COLPEVOLE SOLO DI AVERE SOLLEVATO QUALCHE PERPLESSITÀ SUI PROTAGONISTI DELLA LUMINOSA "PRIMAVERA" DI PALERMO, QUELLA GUIDATA DAL CIUFFO RIBELLE DI LEOLUCA ORLANDO E DAL GESUITA ENNIO PINTACUDA.
PARCE SEPULTO, VERREBBE DA DIRE. MA IL GUAIO È CHE IL GIOCHINO MALEDETTO NON SI È MAI FERMATO. E PER FARVI UN'IDEA, GUARDATE UN PO' CHE COSA È RIUSCITO A INVENTARSI UN MAGISTRATO - GRAZIE A DIO IN DISARMO - PER MASCHERARE  CON L'ARMA IMPROPRIA DEL SOSPETTO UNA PERSONA DABBENE CHE, PER RAGIONI D'UFFICIO, POTEVA ANCHE INTACCARE LA SUA CARRIERA E INCRINARE IL SUO PRESTIGIO. IL MAGISTRATO IN DISARMO È UNA EX STAR DEL CIRCO MEDIATICO-GIUDIZIARIO.
È QUELL'ANTONIO INGROIA CHE HA CONOSCIUTO A PALERMO, DA PUBBLICO MINISTERO, LA DUREZZA E L'EBBREZZA DELLA PIÙ IMPLACABILE E APPARISCENTE LOTTA ALLA MAFIA. GRAZIE ALLA SUA INDISCUSSA PROFESSIONALITÀ, MA GRAZIE ANCHE AI SUOI STRETTISSIMI RAPPORTI CON GIORNALI E GIORNALISTI VOTATI ALLA REDENZIONE DELL'ITALIA, IL DOTTORE INGROIA POTEVA CONSENTIRSI, DENTRO E FUORI LA PROCURA, DI DIRE E FARE TUTTO CIÒ CHE RITENEVA NECESSARIO PUR DI RIPORTARE BOSS E PICCIOTTI, REPROBI E MALACARNE DENTRO I CONFINI DELLA LEGALITÀ. GLI STRUMENTI CERTAMENTE NON GLI MANCAVANO.
IL CODICE DI PROCEDURA PENALE GLI METTEVA A DISPOSIZIONE UNA VARIETÀ INFINITA DI ATTI CON I QUALI INCHIODARE ALLA CROCE DEL SOSPETTO UN CITTADINO IN ODORE DI MAFIA, O IN ODORE DI COLLUSIONE, O IN ODORE DI CORRUZIONE O IN ODORE DI CHISSÀ QUALE ALTRA NEFANDEZZA CONFIGURATA DALLA LEGGE COME REATO. SEMPRE IN OSSEQUIO, VA DA SÉ, ALL'OBBLIGATORIETÀ DELL'AZIONE PENALE. TANTO PER GRADIRE, LA DANZA POTEVA COMINCIARE CON L'APERTURA DI UN FASCICOLO - IL COSIDDETTO MODELLO 45 - DOVE L'UFFICIO DELL'ACCUSA CONVOGLIA LE CARTE, ANCHE UNA LETTERA ANONIMA O UN RITAGLIO DI GIORNALE, RELATIVE A QUALCOSA CHE PUZZA DI BRUCIATO. ESEMPIO: È CROLLATO UN PONTE E NON SAPPIAMO ANCORA SE DIETRO C'È LA MALASORTE O LA COLPA DI UN DISONESTO COSTRUTTORE.
OPPURE POTEVA AVVALERSI DEL MODELLO 21 DOVE VENGONO ISCRITTI I NOMI DELLE PERSONE CHE POTREBBERO RIENTRARE IN QUELLA INDAGINE. PERSONE ALLE QUALI - RICORDATE IL CASO DI PAOLA MURARO, TORMENTATO ASSESSORE DI VIRGINIA RAGGI, SINDACO DI ROMA - VA SPEDITA, QUALORA L'AVVOCATO LA RICHIEDA, UNA COMUNICAZIONE IN BASE ALL'ARTICOLO 335. OPPURE - OVVIAMENTE NEL CASO IN CUI SIANO GIÀ APPARSE LE PRIME RESPONSABILITÀ - POTEVA SPEDIRE L'IMPLACABILE "AVVISO DI GARANZIA", UN ATTO PUBBLICO CON IL QUALE IL DESTINATARIO APPRENDE UFFICIALMENTE DI ESSERE STATO ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI E MESSO PERCIÒ NELLE CONDIZIONI DI POTERSI DIFENDERE. UN'ARMA A DOPPIO TAGLIO, COME SAPPIAMO BENE. PERCHÉ CON L'AVVISO DI GARANZIA IL CITTADINO FINITO SOTTO INCHIESTA VIENE CONSEGNATO ALL'OPINIONE PUBBLICA E DIVENTA DI FATTO UN SOGGETTO SUL QUALE PUÒ SPUTACCHIARE CHIUNQUE: DAL GIORNALISTA ALL'OPINIONISTA, DALL'UOMO POLITICO ALL'OSPITE DEL TALK-SHOW.
"QUESTO NON È UN PAESE PER INNOCENTI", S'INTITOLA L'ULTIMO EDITORIALE DI PANORAMA, DA IERI IN EDICOLA. E CHI PUÒ DARGLI TORTO? SE SI SOMMANO I SOSPETTI CHE LE PROCURE E I GIORNALI AMICI DELLE PROCURE RIESCONO A MACINARE IN UN SOLO GIORNO, TRA MODELLO 45 E MODELLO 21, TRA ARTICOLO 335 E AVVISO DI GARANZIA, CHI RIUSCIRÀ MAI A FARLA FRANCA? AVETE VISTO QUEL CHE È SUCCESSO AL CAMPIDOGLIO. SU UNA MANCIATA DI NOMI SCELTI DALLA RAGGI COME ASSESSORI, DUE SONO RISULTATI GIÀ COLPITI DA PROVVEDIMENTI GIUDIZIARI: MURARO E DE DOMINICIS. MA TORNIAMO AL DOTTORE INGROIA.
A FORZA DI CAVALCARE LA PRATERIA DELL'ANTIMAFIA E DI BATTERE IN LUNGO E IN LARGO GLI STUDI TELEVISIVI, CON I SANTONI DELLA SOCIETÀ CIVILE CHE LO SEGUIVANO IN OGNI ANGOLO DEL MONDO, DA MONTELEPRE AL GUATEMALA; A FORZA DI ALZARE CONTINUAMENTE IL TIRO, FINO A INTERCETTARE IL TELEFONO DI GIORGIO NAPOLITANO, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, E A TRASCINARE, NEL COSIDDETTO PROCESSO DELLA TRATTATIVA, BOSS DELLA MAFIA E VERTICI DELLE ISTITUZIONI; A FORZA DI TUTTE QUESTE COSE, ANTONIO INGROIA HA FINITO PER FARE IL PASSO PIÙ LUNGO DELLA GAMBA: HA FONDATO UN PARTITO, RIVOLUZIONE CIVILE, E HA TENTATO IL SALTO IN POLITICA, CONVINTO DI POTERE CONQUISTARE NIENTEMENO CHE PALAZZO CHIGI.
ERA IL 2013. E SAPPIAMO TUTTI COME È FINITA: SFIANCATO DALLE PROPRIE AMBIZIONI E MARTELLATO PER TUTTA LA CAMPAGNA ELETTORALE DA UNA IMPIETOSA IMITAZIONE DI MAURIZIO CROZZA, SI È SFRACELLATO AL SUOLO DI UNO ZERO VIRGOLA. COSTRETTO AD ABBANDONARE LA TOGA, È STATO SOCCORSO IN FRETTA E FURIA DA ROSARIO CROCETTA, GOVERNATORE DELLA SICILIA, E OGGI VIVACCHIA - SI FA PER DIRE - COME AMMINISTRATORE UNICO DELLA "SICILIA E-SERVIZI", UNA SOCIETÀ PARTECIPATA DALLA REGIONE. ATTENZIONE, PERÒ. PERCHÉ L'INTREPIDO INGROIA, EX STELLA DELLA MAGISTRATURA INQUIRENTE, NON SI È RASSEGNATO ALLA SCONFITTA. TUTT'ALTRO.
HA TIRATO IL FIATO E, PER NON FARCI MANCARE NULLA, HA TENTATO LA DIFFICILISSIMA IMPRESA DI TRASFORMARE LA CULTURA DEL SOSPETTO, QUELLA CHE PER TANTI ANNI HA ACCOMPAGNATO LA VITA E LE OPERE DEI PROFESSIONISTI DELL'ANTIMAFIA, IN UNA MISTICA DELLA DEMONIZZAZIONE. A ONOR DEL VERO C'È PERFETTAMENTE RIUSCITO E, PER RENDERSENE CONTO, BASTA ESAMINARE IN CONTROLUCE LA SOFISTICATISSIMA FORMULA CHE HA APPENA MESSO IN PRATICA PER DELEGITTIMARE UN SOSTITUTO PROCURATORE DELLA CORTE DEI CONTI, GIANLUCA ALBO, CHE LEGITTIMAMENTE AVEVA PRETESO DI CAPIRE COME LA "SICILIA E-SERVIZI" AVESSE SPESO I GROSSI FINANZIAMENTI PROVENIENTI, TRAMITE LA REGIONE, DALL'UNIONE EUROPEA.
L'EX CAMPIONE DELL'ANTIMAFIA AVRÀ PROBABILMENTE VISSUTO L'INDAGINE AVVIATA DAL MAGISTRATO CONTABILE COME UNO SFREGIO. ANCHE PERCHÉ SUL PRESUNTO DANNO ERARIALE SI ERA INNESTATO UN INEVITABILE FASCICOLO DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA, LA STESSA NELLA QUALE PROPRIO LUI AVEVA RECITATO LA PARTE DEL PRINCIPE SENZA MACCHIA E SENZA PAURA. E COSÌ, QUANDO DAL PALAZZO DI GIUSTIZIA È ARRIVATA LA NOTIZIA, SALUTARE E LIBERATORIA, DELL'ARCHIVIAZIONE, L'EROE NON CI HA VISTO PIÙ DAGLI OCCHI. AL PUNTO DA DICHIARARE PUBBLICAMENTE CHE I SUOI GUAI GIUDIZIARI ERANO DA ATTRIBUIRE A UN "FIN TROPPO SOLERTE SOSTITUTO PROCURATORE DELLA CORTE DEI CONTI LEGATO, SIA DA AFFINITÀ PARENTALI CHE DA PASSATI INCARICHI CONSULENZIALI, A UNO DEI DIFENSORI DELL'EX SENATORE DELL'UTRI, COME NOTO, DA ME FATTO CONDANNARE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA E OGGI PERCIÒ IN CARCERE DOPO LA CONDANNA DEFINITIVA".
RILEGGIAMOLO, QUESTO ATTO DI ACCUSA. A PARTE L'ASTUZIA, INFANTILE E BIRICHINA, DI NON FARE IL NOME DI ALBO, LA DICHIARAZIONE RIVELA DUE O TRE COSINE CHE VIRGINIA RAGGI E I GRILLINI, SEMPRE ALLA RICERCA DI MAGISTRATI AI QUALI AFFIDARE L'AMMINISTRAZIONE DELLA COSA PUBBLICA, FAREBBERO BENE A TENERE IN MENTE. PUR DI MASCARIARE ALBO, SUL QUALE EVIDENTEMENTE NON HA TROVATO UNA SOLA PAGLIUZZA, INGROIA ATTIVA UNA SORTA DI PROPRIETÀ TRANSITIVA E RICORDA, OMETTENDO IL NOME ANCHE DEL SECONDO PERSONAGGIO TIRATO IN BALLO, CHE IL "FIN TROPPO SOLERTE" SOSTITUTO PROCURATORE DELLA CORTE DEI CONTI È NIPOTE DELLA MOGLIE DELL'AVVOCATO ENZO TRANTINO, SENATORE DELLA REPUBBLICA, CHIAMATO NEL 2003 A PRESIEDERE LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INDAGINE SU TELEKOM SERBIA. E FIN QUI NIENTE DI MALE: SIAMO TUTTI PARENTI DI QUALCUNO.
MA IL SENATORE TRANTINO, PENALISTA DI GRANDE FAMA PARTICOLARMENTE IN SICILIA, ERA ENTRATO ANCHE NEL COLLEGIO DI DIFESA DI MARCELLO DELL'UTRI. E QUESTO DETTAGLIO BASTA A INGROIA PER COSTRUIRE UNA SECONDA PROPRIETÀ TRANSITIVA. QUASI UNA CATENA DI SANT'ANTONIO. SECONDO LA QUALE SE IL NOME DI DELL'UTRI INQUINA L'IMMACOLATO TARANTINO - IL MESTIERE DEGLI AVVOCATI È ANCHE QUELLO DI DIFENDERE GLI IMPUTATI DI MAFIA - AUTOMATICAMENTE IL NOME DI TRANTINO FINISCE PER SPORCARE, A CAUSA DELLA LONTANA PARENTELA, ANCHE L'INNOCENTISSIMO ALBO. HA RAGIONE PANORAMA: "QUESTO NON È UN PAESE PER INNOCENTI". DOPO AVERE SGUAZZATO PER ANNI TRA CULTURA DEL SOSPETTO E QUESTIONE MORALE, PRONTI AD APPENDERE AL PALO CHIUNQUE PORTI SULLE SPALLE LA TERRIBILE ETICHETTA DI "INDAGATO", SIAMO FINITI IN UN LETAMAIO DOVE PER SFREGIARE UN AVVERSARIO NON È PIÙ NECESSARIA LA SOFFIATA DI UN PM CHE TI DICA SOTTOBANCO SE QUEL NOME È FINITO NEL MODELLO 21 O SE È STATO GIÀ RAGGIUNTO DA UNA COMUNICAZIONE "EX ARTICOLO 335" O, PEGGIO ANCORA, SE GLI È STATA ISSATA LA FORCA DI UN AVVISO DI GARANZIA. ORMAI, STANDO AL METODO INGROIA, VENERATO MAESTRO D'ANTIMAFIA E DI LEGALITÀ, S'AVANZA UNA NUOVA CULTURA: QUELLA DELL'AMMICCAMENTO OBLIQUO, DELL'ALLUSIONE VERMINOSA, DEL DIRE E NON DIRE. CHE CI RENDERÀ, FINALMENTE, TUTTI COLPEVOLI. FONTE: ARTICOLO DI GIUSEPPE SOTTILE DA  IL FOGLIO, 16 SETTEMBRE 2016

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giovedì 15 settembre 2016


 LUNEDI’ 19 SETTEMBRE  ’16
NELLA RUBRICA CRONACHE DAL PASSATO
A CURA DI FERDINANDO TERLIZZI


SUL QUOTIDIANO 
CRONACHE DI CASERTA


E ON LINE SU “SCENA  CRIMINIS”


POTRETE LEGGERE TUTTI I RETROSCENA DEL DELITTO  CHE  ACCADDE
 





GIOVANNI PANARELLO UCCISE LA FIDANZATA NICOLINA PICCIRILLO  CON UN COLPO DI PISTOLA. IL DELITTO ACCADDE  ALLE ORE 18 NELLA CONTRADA  “PIOPPITELLI”  IN AGRO DI CAIANELLO
IL   4 SETTEMBRE DEL 1953.  
AVV. FEDERICO DE PANDIS 


UNA FAVOLA D’ALTRI TEMPI: LUI BRUTTO E VOLGARE, LEI UNA PASTORELLA SEMPLICE E BELLA. IL GIOVANE ERA  AFFETTO DA SIFILIDE E FREQUENTAVA PROSTITUTE. ERA UN FISSATO DI FOLLE GELOSIA. 


LA VISIONE DEL FILM “CORE FURASTIERO” SCONVOLSE LA SUA COSCIENZA.  AVEVANO GIÀ FATTO LE PUBBLICAZIONI MA LEI DISSE: ”SI POSSONO ANCHE STRACCIARE”. LUI ABUSÒ DELLA RAGAZZA MINACCIANDOLA CON UN COLTELLO. LA SERA PRIMA DEL DELITTO IN OCCASIONE DELLO  “SCARTOCCIAMENTO” DEL GRANTURCO SI BALLÒ E SI CANTÒ FINO A NOTTE FONDA. IN CARCERE TENTÒ IL SUICIDIO.  CONDANNATO IN PRIME CURE GLI FU NEGATA LA PERIZIA PSICHIATRICA.  IN APPELLO GLI FU RICONOSCIUTO IL VIZIO DI MENTE E ANDÒ IN MANICOMIO…….  LA CONDANNA FU A 18 ANNI DI RECLUSIONE. IN APPELLO GLI FU RICONOSCIUTA LA SEMINFERMITÀ MENTALE E LA PENA FU DI 14 ANNI DI MANICOMIO CRIMINALE


domenica 11 settembre 2016

  

II delitto accadde nella Frazione “Mandre” in agro di  Santa Maria a Vico   in via Bracciale nei pressi del passaggio a livello della Ferrovia Cancelllo-Benevento
 il 30 agosto del 1953

L’IMPRENDITORE ANTONIO PALERMO UCCISE UN SUO  CONCORRENTE
 VINCENZO PASCARELLA 

Uno schizzo del luogo del delitto 

La vittima era stata alle dipendenze dei Palermo poi vendeva le gazzose prodotte dai Della Rocca diretti concorrenti. L’accusa voleva coinvolgere Clemente Palermo, padre del giovane,  quale istigatore e mandante del delitto. Una sorella dell’assassino era fidanzata con il figlio della vittima. Il monopolio per la vendita delle gazzose provocò il delitto.

 Santa Maria a Vico – Con segnalazione  del 30 agosto del 1953, i carabinieri  informavano il Pretore di Arienzo che verso le ore 9:30 di quel giorno il 19enne Antonio Palermo, figlio di Clemente  Palermo (che aveva una fabbrica di bibite e gazzose)  era venuto a diverbio per vecchi rancori con tale Vincenzo Pascarella detto “Raffaelotto”,  e lo aveva ucciso con alcuni colpi di pistola. Ai carabinieri era stato trasmesso nel contempo - dal Giudice Istruttore presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere - un esposto con cui in data 2 settembre la moglie dell’ucciso Antonietta Marciano, rappresentando la tensione dei rapporti fra il marito ed il padre dell’uccisore Clemente Palermo segnalava che la voce pubblica indicava costui quale istigatore del delitto. I militi della Fedelissima informati del crimine verso le 10:00 si erano portati sul luogo rinvenendo in via Bracciale, a circa 30 metri  dal passaggio a livello della linea ferroviaria “Cancello-Benevento”, il cadavere del Pascarella che presentava “una ferita strisciante al lato posteriore del braccio ed una ferita pure d’arma da fuoco all’emitorace”. A 45 metri  più in giù del cadavere verso l’abitato su di un ripiano di uno dei  muri delimitanti la strada  e precisamente di quello sul lato destro di essa -  per chi dall’abitato di Santa Maria a Vico si dirige al passaggio a livello e quindi alla frazione “Mandre” era stato rinvenuto un  coltello a serramanico aperto la cui presenza era stata fatta notare al carabiniere Angelo Paulen da uno delle persone accorse sul luogo del delitto prima di loro. Identificato lo sparatore nella persona di uno dei figli del  Clemente Palermo e precisamente Antonio, datosi difatti alla latitanza, i verbalizzati facevano presente i rapporti fra la vittima, Antonio Palermo ed il padre di costui. I rapporti  erano tutt’altro che buoni in quanto il Pascarella - che per alcuni anni era stato impegnato teso alla distribuzione delle gazzose fabbricate da Clemente Palermo -  licenziatosi per motivi economici, aveva intrapresa la vendita per proprio conto e nello stesso abitato di Santa Maria a vico, delle bibite che acquistava  però dalla fabbrica di tale Alfonso Della Rocca da San Felice a cancello, suscitando l’animosità di Clemente Palermo del di lui figlio Antonio il quale, per evidenti istigazione di quello, provocava continuamente incidenti ed alterchi col Pascarella onde costringerlo a rinunciare alla sua non tollerata concorrente sua attività.
Il luogo ove era appostato l'assassino 


La mattina del 30 agosto il Pascarella  e Antonio Palermo si erano incontrati - con i rispettivi carretti -  in via Artolella della frazione “Mandre” e come il solito erano venuti a diverbio nel corso del quale-  a dire di  Maria De Lucia, il Pascarella aveva pronunciate parole minacciose all’indirizzo del giovane che senza rispondere loro aveva guardato minacciosamente. Dopo tale incidente, mentre il Pascarella si era ancora per un pò trattenuto nella zona - il Palermo era discesa verso via Bracciale fermandosi vicino al passaggio a livello in attesa del Pascarella. Poco dopo infatti questi aveva raggiunto al passaggio a livello che però aveva trovato chiuso; atteso il passaggio del treno e venduto qualche gazzosa alla casellante Antonietta Petriccione si era a sua volta immesso nella via Bracciale che dal passaggio a livello -  fra due alti muri -  mena al grosso dell’abitato di Santa Maria a Vico.

Senonché addentrandosi in tale strada era stato,  qualche minuto dopo,  fatto segno da parte di Antonio Palermo a colpi di arma da fuoco uditi dalla stessa Petriccione.


Maria De Lucia e Antonietta Nuzzo -  le quali assumevano  di aver notato il Palermo in attesa  e di aver assistito al cruento episodio. In base alle dichiarazioni anche della casellante Petriccione - che escludeva che altri, prima e dopo il Pascarella, fosse transitato per il passaggio a livello - alla deposizione di Pasquale De Lucia  - che accorso al rumore nell’unico colpo percepito aveva scorto il Pascarella “tornar di corsa verso il passaggio a livello e poi stramazzare a terra morto” – non aveva notato nei pressi alcun coltello. Dal canto loro i carabinieri indicavano come “compiacenti” le dichiarazioni di Marco Migliore, il quale, presentatosi spontaneamente in caserma il pomeriggio dello stesso giorno del delitto,  aveva dichiarato che transitando per il posto  - a bordo della sua moto -  aveva notato il Pascarella brandire un coltello – mentre il Palermo, rimasto seduto sul suo carretto gli aveva esploso contro un colpo di pistola.  Per le stesse ragioni i verbalizzanti ritenevano “non rispondente al vero” ma “frutto di consiglio e suggerimento” quanto aveva loro dichiarato Antonio Palermo che, costituitosi il 2 settembre, aveva affermato che “egli aveva sopportato le ingiurie che senza motivo gli aveva rivolto il Pascarella col quale in passato non aveva mai avuto questioni; che oltrepassato il passaggio a livello era stato raggiunto dal Pascarella che ingiungendogli di fermarsi perché lo doveva uccidere gli si era avvicinato brandendo un coltello; che egli, allo scopo di intimorirlo e sempre rimanendo sul carro, aveva esploso in aria un colpo della sua rivoltella 7,65 contro l’avversario che però aveva tanto insistito nel suo atteggiamento aggressivo da costringerlo a discendere dal carro ed esplodere contro di lui un secondo colpo”.
 
La vittima 

Pertanto e poiché la vedova del Pascarella aveva accennato a minacce di morte fatta per al marito anche dall’altro figlio del Clemente Palermo; poiché il figlio della vittima Mario, fidanzato per qualche tempo con la figliola del Palermo, Ornella, era stato da costei scongiurato in varie lettere di esortare il proprio genitore a desistere dalla sua attività commerciale ed altro figlio della vittima aveva assicurato l’appartenenza ai Palermo del coltello repertato; poiché infine la teste Antonietta Di Maro aveva rivelato di aver sentito il gestore del ristoratore della stazione Aurelio De Lucia accennare discretamente con la moglie, la presenza di Clemente Palermo, nei pressi del luogo del delitto subito dopo di esso i carabinieri, (malgrado che Aurelio De Lucia avesse negato tale circostanza)  esprimevano il convincimento che effettivamente istigatore del delitto era stato Clemente Palermo, uomo violento, scaltro e  di grande influenza sui figli.
Il delitto, al quale non dovevano essere rimasti estranei altri parenti dello sparatore - fra i quali lo zio Armando Palermo, che subito dopo il delitto aveva infatti provveduto a porre al sicuro il giovane riappropriandosi dell’automobile di tal Domenico De Lucia – era stato (secondo gli inquirenti)  organizzato proprio dal  Clemente Palermo il quale dopo aver cercato in tutti i modi di stroncare la concorrente attività del Pascarella  non aveva esitato neppure a prestare assistenza al figlio durante la consumazione stessa del delitto essendo rimasta accertato che il coltello rinvenuto nella “resega” del muro era stato messo in qual posto proprio da lui -  che dall’alto del muro medesimo aveva cercato nel miglior modo possibile -  a causa del sopraggiungere della De Lucia e Della di Nuzzo di creare al figlio un valido motivo di giustificazione e quindi un alibi di “legittima difesa”.  

I carabinieri – in definitiva – denunciarono Antonio Palermo quale responsabile di omicidio premeditato in persona di Pascarella ed il padre – resosi nel frattempo latitante -  per concorso in tale delitto.
 
Un documento del processo 
Durante la formale istruzione, dopo che Antonio Palermo aveva sostanzialmente confermato la versione resa all’atto della costituzione, i carabinieri -  dopo aver trasmesse le  dichiarazioni di Assunta Piscitelli, circa un altro incidente che si sarebbe verificato lo stesso  30 agosto tra il Pascarella e Antonio Palermo nella frazione Mandria -  informavano che era stato possibile accertare in modo inconfutabile a seguito delle rivelazioni di Raffaele Savinelli che a spalleggiare Antonio Palermo durante la commissione del delitto era stato il di lui genitore e inoltravano le dichiarazioni del Savinelli (il quale aveva sostenuto  che dal suo terreno, in via Bracciale  aveva scorto Clemente Palermo che dall’alto del muro -  sito all’altro lato della strada -  aveva dato,  dopo gli spari,  consigliato al figlio di porre un coltello accanto al cadavere del Pascarella e quindi di fuggire e farsi i fatti suoi). Inoltravano i militi della Benemerita anche le dichiarazioni di    Anna Valentino e Carmela Nuzzo ( questa ultima aveva affermato di aver notato - circa dieci minuti prima di aver appreso del delitto -  Clemente Palermo  prevenire con il suo furgoncino dal viale antistante la stazione). 

Con altra nota i verbalizzanti trasmettevano le dichiarazioni di Elena Salvatore la quale aveva assunto d’aver assistito -  transitando proprio per Via Bracciale - alla uccisione del Pascarella e di aver inteso, dopo gli spari, una voce di uomo che diceva allo sparatore: “L’hai fatto?  Se non l’ hai fatto vengo io”.  Gli investigatori dell’Arma riferivano ancora che il teste Savinelli aveva indicato  Paolo Manna quale persona che avrebbe potuto confermare la sua versione dei fatti e segnalavano agli inquirenti che “vox populi” in paese circolava la voce secondo la quale il Savinelli aveva deposto il falso a causa di antichi rancori verso il Clemente Palermo per motivi di contrasti e di interessi.  Nel corso della istruzione venivano acquisite agli atti cinque lettere scritte da Ornella Palermo a Mario Pascarella  suo fidanzato per un tempo e veniva  inoltre accertato che la morte del Vincenzo Pascarella  era stata cagionata da “un colpo di arma da fuoco” che - provocate le due ferite di striscio al terzo inferiore del braccio sinistro -  era  poi penetrato fra il sesto e settimo spazio intercostale sinistro perforando quindi cuore e polmoni e fermandosi alla parte centrale dello sterno.
 
LA ZONA DOVE FU COLPITA LA VITTIMA 

Fonte: Archivio di Stato di Caserta  


La condanna fu ad anni 24  per Antonio Palermo e assoluzione per Clemente Palermo  ( che prima dell’appello  morì).  In secondo grado la condanna - con la concessione delle attenuanti generiche - fu ridotta ad anni 14


Sulle conformi richieste del pubblico ministero il giudice istruttore, con sentenza del 31 luglio del 1954, dichiarato estinte per amnistia le contravvenzioni ascritte ad Antonio Palermo in ordine all’arma, rinviava il predetto Palermo e il padre Clemente Palermo  a giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, per rispondere di concorso nell’omicidio. Innanzi ai giudici venne rievocato il delitto e gli antefatti. In particolare sullo stato dei rapporti intercorsi,  fin dal gennaio di quell’anno,  fra la vittima  il Clemente Palermo e i figli di costui Antonio e Vincenzo. Il Pascarella  dopo aver atteso per circa cinque anni alla vendita ambulante delle gassose per conto di Clemente Palermo  - titolare di una fabbrica di tale prodotto in Santa Maria a Vico  - nel gennaio di quello hanno abbandonò tale attività che gli permetteva di sfamare la numerosa sua famiglia - a causa del mancato aumento delle percentuali pattuite e della mancata corresponsione di certi assegni familiari, percepiti poi parzialmente (solo a seguito dell’intervento degli organi sindacali). Questo suo atteggiamento (e più ancora essergli egli decisa ad acquistare delle gassose della fabbrica di Alfonso Della Rocca da San Felice a cancello e da rivendere per proprio conto nella stessa zona di Santa Maria a Vico fino ad allora preclusa ad altri commercianti) gli attirarono addosso l’ira di Clemente Palermo che scorgeva in lui un concorrente maggiormente pericoloso per la conoscenza che della piazza aveva il Pascarella a causa proprio del servizio prestato per tanti anni alle sue dipendenze. Tra l’altro il Clemente Palermo, indicato dai carabinieri come persone fortemente temuto sul posto perché ritenuto esponente della malavita locale, non esitò a trascendere ad atti di violenza e di minaccia nei riguardi di quanti continuando a rifornirsi dal Pascarella erano divenuti clienti personali di costui; nè tralasciò di indurre lo stesso Della Rocca, che contrariamente ad altri produttori dei paesi limitrofi pare non avesse avuto timore di fornire il Pascarella, a non cedere le sue gazzosa costui, dichiarandosi perfino disposto a versare un compenso di tre o quattrocento mila lire.
L'AVV. FRANCESCO LUGNANO 


Frequenti – dissero i giudici nella motivazione della sentenza di condanna - divennero pure le minacce ed i dispetti ai danni del povero Pascarella principalmente ad opera di uno dei figli del Palermo cioè dell’Antonio il quale per aver sostituito nel giro di distribuzione della merce il Pascarella era quelli che più frequente occasione aveva di incontrarlo proprio durante la applicazione della sua concorrente attività commerciale. Intanto vi era da registrare l’atteggiamento della vedova del Pascarella, Antonietta Marciano, la qual anche in udienza  aveva confermato alle  esplicite minacce di morte  che erano state rivolte al marito, anche qualche giorno prima del delitto, non solo dall’altro figlio del Palermo di nome Vincenzo ma dallo stesso Clemente Palermo (la circostanza però non fu ritenuta vera in quanto sia lei che il marito nell’esposto ai carabinieri non avevano fatto cenno alla minacce del padre, circostanza confermata nel corso del dibattimento dal maresciallo dei carabinieri Federico Ruffier). “Non può comunque negarsi – affermarono ancora i giudici -  che uno stato di notevole dimensione si era creato tra la famiglia Palermo  ed il Pascarella  dalle lettere che la figliola del Palermo,  Ornella la quale  scriveva  - proprio in quel periodo di tempo al figlio del Pascarella, Mario (che con lei forse di nascosto dei familiari, amoreggiava da qualche anno) e nelle quali la giovinetta “esprimeva addirittura la sua paura per una possibile reazione del vecchio Pascarella alle provocazioni dei propri familiari e per una di lui ulteriore permanenza in paese a contatto continuo dei propri familiari che ella non esitava a qualificare “degli animali”. La Corte di Assise (Presidente Giovanni Morfino, giudice a latere, Giuseppe D’Avanzo; pubblico ministero, Nicola Damiani) emise la  condanna, con la esclusione dell’aggravante della premeditazione, alla pena di anni 24 di reclusione mentre assolse Clemente Palermo dal concorso in omicidio “per insufficienza di prove”. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Ciro Maffuccini, Alfredo De Marsico, Pompeo Rendina, Vittorio e Michele Verzillo, Alberto Martucci e Francesco Lugnano.  

Fonte: Archivio di Stato di Caserta  


G:





ATTI DI VIOLENZA NEL CARCERE MINORILE DI AIROLA, SGAMBATO (PD) VISITERÀ PRESTO LA STRUTTURA.
"IL MINISTRO ORLANDO È STATO INFORMATO DELL'ACCADUTO E SEGUE L'EVOLVERSI DELLA SITUAZIONE, LO STATO HA IL DOVERE DI INTERVENIRE PER RIAFFERMARE LA SUA SUPREMAZIA SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA". 


"Quanto accaduto lunedì scorso nel carcere minorile di Airola dimostra la necessità di intensificare gli interventi di contrasto alla criminalità anche all'interno degli istituti penitenziari, soprattutto quando si tratta di ragazzi giovani che potrebbero essere aiutati e sostenuti nel corso  della condanna per riabilitarsi ed essere restituiti alla società con maggiori strumenti e una diversa consapevolezza".

A dichiararlo l'On. Camilla Sgambato (Pd).

"Certo che è difficile. Ma se accettiamo il dato secondo cui nessuno di loro potrà tornare ad una vita onesta e a comportamenti virtuosi, ammettiamo di non avere mezzi e, soprattutto, alziamo le mani di fronte ai clan e al loro potere accettando, di fatto, un'impotenza perenne e per questo inaccettabile. 

Come se taluni comportamenti non fossero modificabili e certe realtà fossero ormai perdute, abbandonate. Esiste la mafia, la camorra, la criminalità organizzata? E che ci possiamo fare, è così e niente mai potrà cambiare. Questo significa consegnare intere generazioni ad un orribile e devastante oblio. Possiamo accettarlo?", si chiede la parlamentare del Partito Democratico che poi prosegue:

"Invece di investire sulla rieducazione, ovvero sugli strumenti e le strategie da mettere in campo per contrastare il fenomeno e riflettere su quali risposte potrebbero essere attivate per intercettare questi soggetti e orientarli verso percorsi di vita alternativi alla devianza, li lasciamo chiusi dentro quattro mura a replicare i comportamenti che attuerebbero fuori dagli istituti.


Ad Airola le rivolte hanno messo in luce lotte intestine tra i piccoli boss nel penitenziario. 
È possibile che lo Stato non possa fare nulla? Io credo si possa intervenire su due ambiti: il primo giuridico rivedendo quella parte di ordinamento che consente la presenza di ultra 21enni perché in questo modo è evidente che il carcere minorile invece di diventare una struttura anche riabilitativa si trasformi in 'un'università del crimine'. 

Per questo sarebbe auspicabile che il Ministro Orlando riflettesse sull'opportunità di rivedere la legge di riforma del 2014 che ha esteso l’esecuzione penale minorile fino al venticinquesimo anno di età. 

È necessario individuare nuovi strumenti organizzativi per la separazione dei detenuti appartenenti alla criminalità organizzata da tutti gli altri. 
I maggiorenni devono essere trasferiti in strutture per adulti.  

Il secondo ambito di intervento riguarda l'educazione. 
Con la legge 354 del 1975, sulla spinta dei cambiamenti sociali e pedagogici degli anni Settanta, si è aperta una nuova fase sul modo di pensare alla pena, al periodo di detenzione delle persone, al significato stesso dell'educazione in contesti istituzionali non solo scolastici. 
Si comincia ad affermare la necessità di intervenire anche in altri contesti e con altri strumenti che non si affidino solo alla coercizione o al controllo; si tratta di comprendere le caratteristiche e le attitudini dei ragazzi anche in situazioni di grave marginalità. 
Per questo, è fondamentale investire anche sull'educazione mettendo questi ragazzi nelle condizioni di scontare la pena affiancati da educatori che possano lavorare sulla marginalità e la devianza.


Il carcere così diventa non soltanto un luogo di coercizione ma anche un luogo educativo dove, pur nella consapevolezza delle differenze che impone la sua natura, si offrano ai ragazzi reali opportunità di cambiamento e la possibilità di sperimentare nuovi percorsi che incidano sul loro modo di pensare al futuro. 
Il carcere non deve essere solo il luogo dell'emarginazione ma anche quello della partecipazione e del reinserimento.

L'istituto di Airola è una struttura adeguata e ben diretta. Il Ministro Orlando è stato informato dell'accaduto dei giorni scorsi ed ha chiesto di conoscere i particolari della vicenda.
Non appena sarà possibile, visiterò la Casa Circondariale per accertarmi personalmente delle sue condizioni di operatività, così poi da assumere le iniziative del caso", conclude la Sgambato. 

Caserta, 09.09.2016