sabato 27 agosto 2016

Legione Carabinieri Campania
Comando Provinciale di Caserta





TENEVA SEQUESTRATA UNA 64ENNE: 

ARRESTATO DAI CARABINIERI

Nella giornata di ieri 26.08.2016, presso l’utenza 112 del pronto intervento carabinieri, è giunta una telefonata da parte di una 41enne di Maddaloni che denunciava la scomparsa della propria madre 64enne, convivente, che uscita di casa alle ore 11.00 del 24 agosto u.s. non aveva più fatto rientro.  
Le indagini immediatamente avviate dai militari dell’Arma si sono, sin da subito, incentrate nella ricerca d’informazioni riguardo alle frequentazioni della donna.
E’ proprio a seguito di tale spunto investigativo che i carabinieri hanno focalizzato l’attenzione su SIAD Mostafa, cl. 59, con cui la 64enne scomparsa, aveva, in passato, intrattenuto una relazione.
Individuato il domicilio dell’uomo, i carabinieri del Comando Stazione di San felice a Cancello si sono portati presso l’abitazione dell’uomo (un monolocale ubicato in San Felice a Cancello alla Piazzetta Trotti) dove, dopo aver invano tentato di farsi aprire la porta, hanno fatto irruzione constatando che all’interno vi era proprio la donna costretta a stare seduta in un angolo, con il SIAD che, in piedi, la controllava a vista. La vittima, visibilmente scossa, mostrava anche delle macchie di sangue sulla schiena.
Alla vista dei militari dell’Arma l’uomo si è scagliato contro di loro venendo, con non poche difficoltà, bloccato ed arrestato.
Visitata dal personale del 118, intervenuto sul posto, la 64enne è stata riscontrata affetta da “escoriazioni multiple alla zona dorsale”.

video
L’arrestato, che dovrà rispondere del reato di sequestro di persona e lesioni personali, è stato associato presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Ce). 

giovedì 25 agosto 2016




SAN PRISCO IL 20 AGOSTO DEL 1953


NEL CORSO DI UNA RISSA  TRA DONNE VENNE UCCISA  EMMA D’ARIOTTA
LA 53ENNE PERÒ MORÌ, SECONDO LA DIFESA DELLA IMPUTATA ROSA DE FELICE,  PERCHÉ SOFFRIVA DI CUORE. L’ACCUSA  CONTESTÒ  L’ OMICIDIO PRETERINTENZIONALE. IL MOVENTE DA RICERCARSI NEL DISSIDIO SORTO PER LA POSIZIONE DEI TELAI PER LAVORARE LE COPERTE. 

L’ACCUSA DI OMICIDIO PRETERINTENZIONALE COSTÒ ALLA DONNA UNA CONDANNA AD ANNI 4 E MESI 5 DI RECLUSIONE. 

A sinistra il Sen. Avv. Pompeo Rendina col nostro direttore negli anni  80 
San Prisco - Il prof. Francesco Tarsitano, con l’ausilio dei dottori Mario Pugliese e Aldo Mele, nominati dal Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere,  che stava seguendo la delicata inchiesta sulla morte della signora Emma D’Ariotta, di anni 53, deceduta in seguito alle percosse ricevute da una inquilina del suo palazzo, la 38enne Rosa De Felice  risposero ai quesiti del magistrato in modo “pilatesco”. “Tra il fatto per cui è processo ( lite-lesioni) – scrissero nelle loro conclusioni  - e la morte della D’Ariotta di un nesso occasionale, e non di un nesso causale o concausale, né di un nesso puramente coincidenziale, non consente né di affermare né di escludere che la morte si sarebbe ugualmente verificata nelle circostanze di tempo  nelle quali si verificò, qualora la lite non avesse avuto luogo e la D’Ariotta non avesse riportato le lesioni. Limitatamente alle lesioni, è viceversa possibile affermare che la morte della D’Ariotta si sarebbe ugualmente verificata anche in assenza delle contusioni e contusioni  escoriate descritte nel verbale in esame esterno del cadavere”. 




San Prisco oggi è un comune modernissimo con uno sviluppo urbanistico da imitare è storicamente valido con la presenza di  testimonianze  di importanza quali le “Carceri vecchie” e il “Tempio di Giove Tifatino”. Il comune, legato urbanisticamente, senza soluzione di continuità, ai comuni di Santa Maria Capua Vetere e Curti, è parte integrante della conurbazione casertana. L’abitato, a nord del quale passa l’A1 (Autostrada del Sole), consta di vari quartieri strutturati a scacchiera, diversamente orientati. Inoltre, il suo territorio era in parte incluso nel circuito delle mura della città di Capua e pertanto seguì per molti secoli le sue stesse vicissitudini. L’espressione più monumentale è rappresentata dal mausoleo detto Carceri Vecchie, situato presso l’antica Via Appia; la sua costruzione risale alla prima età imperiale nel I secolo d.C. Il mausoleo  è un monumento funerario.

Il 23 agosto del 1953 alla via Cavacone, al civico 14 avvenne il delitto. Il maresciallo Giuseppe La Greca,  comandante la stazione dei  carabinieri inoltrò un rapporto con il quale segnalava che il medico condotto del luogo era stato chiamato d’urgenza alla via Cavacone e purtroppo non aveva potuto fare altro – nella circostanza – che constare il decesso della Emma D’Ariotta che giaceva esanime al suolo nell’androne del  cortile della sua abitazione. I militari della Fedelissima appurarono che la donna, prima del decesso aveva sostenuto un alterco con tale Rosa De Felice, abitanti nello stesso palazzo. I carabinieri dopo aver fatto piantonare il cadavere in attesa della constatazione di rito da parte del magistrato di turno avevano svolto una sommaria indagine a conclusione della quale avevano appurato che la vittima, assieme alle figlie,  aveva avuto una violentissima discussione con la coinquilina Rosa. Il motivo della discussione – secondo le testimonianze degli astanti – era da ricercarsi nel fatto che alcuni giorni prima del delitto si era addivenuto ad un tacito accordo, tra tutti gli abitanti del caseggiato, secondo il quale sotto l’androne del palazzo non si dovevano collocare gli attrezzi ed i telai per la lavorazione artigianale della coperte che, in quel periodo veramente di stenti, rappresentava una risorsa di sopravvivenza per molti nuclei familiari della zona. Un chilo di pasta infatti  costava 195 lire; un litro di vino 110 mentre un biglietto per il cinema 175 e un giornale 25 lire. Un televisore bianco e nero costava 350 mila lire mentre uno stipendio mensile di buon livello era fissato in 170 mila lire. Ma ritorniamo alla nostra storia. I carabinieri dunque avevano appurato che la discussione che era degenerata,  provocando addirittura un morto, era sorta in quanto la Rosa De Felice – contravvenendo al patto stipulato aveva collocato, quella mattina, il telaio per fabbricare le coperte ed aveva iniziato il suo lavoro. Anche la famiglia della vittima svolgeva lo stesso lavoro e la donna si era subito portata all’ingresso del palazzo ad aveva redarguito la Rosa.  Il motivo per il quale era stato convenuto di comune accordo il divieto di lavorare le coperte all’ingresso del palazzo era dovuto al fatto che essendo il passaggio molto stretto a volte non  vi era neppure lo spazio per il transito di una persona a piedi. Rosa De Felice nel corso del primo interrogatorio, oltre a discolparsi del fatto che pur avendo strattonata la donna non conosceva le sue afflizioni cardiache, aveva motivato la sua scelta di mettersi a lavorare all’ingresso del palazzo perché la giornata – e siamo al 23 agosto – era molto calda e all’interno si soffocava. 




Alle rimostranze della signora Emma D’Ariotta – secondo le indagini dei carabinieri e le testimonianze degli altri inquilini dello stabile che furono presenti al delitto – la rosa De Felice per con arroganza e poi con minacce rispondeva che lei nemmeno con l’intervento della Forza Pubblica si sarebbe spostata dall’androne. Subito dopo dalle parole la Rosa passò ai fatti aggredendo la D’Ariotta, graffiandola al viso e strattonandola tirandogli i capelli. A questo punto si trovò a transitare tale Luigi Iannotta, un bracciante agricolo che abitava nella stessa strada ma al civico 6 e visto che tutti guardavano – senza intervenire – mentre la povera donna stava per soccombere ed era già stramazzata al suolo, e nello stesso tempo la Rosa De Felice si stava accapigliando con una figlia della Emma D’Ariotta a nome Anna il nuovo arrivato riuscì a dividere le due donne. La Emma intanto non dava più segni di vita. A questo punto la rosa De Felice visto che la donna da lei aggredita era morta si diede alla fuga e non potette essere rintracciata ma si costituì ai carabinieri dopo alcuni giorni. Il magistrato di turno interveniva sul posto ed ordinava la rimozione del cadavere disponendo per il giorno successivo l’esame autoptico presso la sala mortuaria del locale cimitero. Il rapporto dei carabinieri terminava con un vero e proprio atto di accusa per la  per l’assassina. La vittima presentava “evidenti segni di un morso umano al polso della mano destra ed uno al collo”.  La Emma D’Ariotta venne però descritta come una donna “ pettegola, arrogante, attaccabrighe, autoritaria e prepotente”. In seguito al rapporto e all’inizio della istruttoria formale venne emesso da parte del Giudice Istruttore Dr.  Mario Mancuso un mandato di cattura contro la Rosa De Felice per il delitto di omicidio ( Art. 584 Codice Penale) “per avere con atti diretti a commettere percosse e lesioni contro Emma D’Ariotta cagionandone la morte”. Dopo alcuni giorni di latitanza la donna si costituì. Interrogata dal Giudice Istruttore alla presenza del suo difensore negò la sua intenzione di uccidere la Emma ma insistette con il dire che era stata la vittima ad aggredire lei. In particolare chiarì: “Nego di aver dato un morso alla D’Ariotta, nego  altresì che Orsola D’Alessandro sia ibntervenuta nella lite. Non so psiegarmi come la D’ariotta presentasse tracce di morso; intervenne tanta gente a dividere che non so dire”. Su precisa domanda del  Giudice Istruttore la Rosa De Felice precisò ancora: “ Anche la figlia della D’Ariotta, due o tre giorni prima, aveva lavorato le coperte sotto il portone. Tuttavia preciso che io non ero in buoni rapporti con la D’Ariotta, la quale, quel giorno, vedendo che io stendevo il telaio sotto il portone lo gettò per aria, e mentre io mi chinavo per riprenderlo si gettò contro di me aggredendomi ed io non feci altro che difendermi”. 



Dal canto suo la sorella Anna dichiarò che:  “All’accordo perché non si lavorasse sotto il portone si addivenne due o tre giorni prima del fatto appunto perché avendo mia sorella Angela lavorato sotto il portone gli altri inquilini si erano ribellati. Io ero in casa ed uscii nel cortile nel sentire delle grida. Notai così che mia madre si era afferrata con l’imputata. Né io né mia sorella Angela intervenimmo e quando accorremmo purtroppo contestammo che nostra madre era morta. Mi fu riferito che mia madre si fosse doluta che l’imputata avesse rimesso il telaio sotto il portone; forse mia madre nel rimproverare la imputata dovette urtare contro il telaio e farlo cadere per terra. Per la verità io il telaio  lo trovai propria a terra ma forse dovette essere qualcuno che era accorso a farlo cadere. Preciso, infine, che quando uscii  mia madre e l’imputata non si erano ancora afferrate. Noi ignoravamo che mia madre avesse il cuore in quelle condizioni perché aveva lavorato fino a quel giorno”.  Fu poi la volta della sorella Angela la quale - per sommi capi  - confermò la deposizione della sorella chiarendo che “la madre si accapigliò con l’inputata mentre lei e la sorella stavano discutendo con la figlia della Rosa De Felice – la quale aveva pronunciato cattive parole nei confronti dell’altra sorella Anna. Confermò che l’accordo per non lavorare le coperte imbottite sotto il portone era stato raggiunto giorni addietro perché lei si era messa a lavorare sotto l’androne. Chiarì che nel palazzo erano tre le famiglie che lavoravano le coperte e naturalmente tutti  i telai sotto il portone non c’entravano.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta
   

                                                                                                                                         



 L’accusa di omicidio preterintenzionale costò alla donna una condanna ad anni 4 e mesi 5 di reclusione. Furono concesse le attenuanti generiche e  quelle della provocazione.

Dopo circa due anni di detenzione la Rosa De Felice, 38 anni da San Prisco, accusata di omicidio preterintenzionale,  comparve innanzi la Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Giovanni Morfino, presidente: Renato Mastrocinque, giudice a latere; giudici popolari: Michele Campofredi, Antonio Di Caprio, Domenico Gentile, Francesco Cerreto, Paolo Acquaroli e Alberto Di Baia; rappresentante la pubblica accusa, pubblico ministero il Sostituto Procuratore della Repubblica Dr. Nicola Damiani). Nel dibattimento non emersero elementi discordanti dalla sentenza di rinvio a giudizio a chiusura della istruttoria formale. Ma il processo fu impegnativo la difesa infatti della imputata, con l’ausilio di tecnici ed esperti, con perizie medico-legali  propendeva per dimostrare che “non vi era nesso di causalità tra la morte e l’evento” in quanto la vittima afflitta da grave tachicardia sarebbe morta di lì a pochi giorni anche se non si fosse verificata la rissa. La parte civile, con l’ausilio della pubblica accusa, era prevedibile che adombrava una tesi diversa e cioè che le percosse inflitte alla Emma D’Ariotta avevano avuto un nesso “violento e diretto” sull’evento causando la morte della donna.  Più in particolare, si osserva che l’omicidio preterintenzionale rappresenta una fra le fattispecie penali incriminatrici di maggiore gravità ed allarme sociale  che sono contemplate all’interno del vigente ordinamento giuridico penale. Il vigente codice penale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 43 c.p.,  offre una definizione normativa molto precisa e specifica in tema di preterintenzione che è proprio la seguente: “Il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente”. In sostanza, tra il dolo e la colpa l’articolo 43 c.p. sembra prevedere una terza forma di colpevolezza, non secondo né contro, ma oltre l’intenzione: la  preterintenzione. Perché  la fattispecie possa dirsi preterintenzionale è necessaria la volizione di un evento e la realizzazione  involontaria di un evento più grave, causalmente messo in relazione ad una condotta sostenuta dalla volontà dell’evento meno grave. 
Avv. Vittorio Verzillo


L’omicidio preterintenzionale è costituito dal fatto di chi, ponendo in essere atti diretti unicamente a percuotere una persona o a provocarle una lesione personale, ne cagioni la morte, la quale, quindi, rappresenta un “quid pluris”  rispetto all’evento effettivamente perseguito dal soggetto agente. Due tesi in antitesi ma la Corte, accogliendo le tesi dell’una e dell’altra condannò la donna per omicidio preterintenzionale in danno di Emma D’Ariotta, con la concessione delle attenuanti generiche e della provocazione alla pena di anni quattro e mesi cinque e giorni dieci di reclusione e alla interdizione dei pubblici uffici per la durata di cinque anni. Condannò, inoltre la stessa al pagamento delle spese processuali e a quelle di custodia preventiva nonché ai danni per la parte civile Anna De Felice da liquidarsi in separata sede. Dichiarò espiati anni uno e mesi sette e giorni venti della pena inflitta e condonò la restante pena per l’indulto che in quei giorni era stato proclamato.   Nel processo furono impegnati gli avvocati: Ciro Maffuccini, Vittorio Verzillo e Pompeo Rendina.

Fonte. Archivio di Stato di Caserta











venerdì 19 agosto 2016


EFFERATO DELITTO AD ALVIGNANO 


SUL QUOTIDIANO CRONACHE DI CASERTA

 E ON LINE SU “SCENA  CRIMINIS”













Il delitto accadde in località Marciano Freddo di Alvignano il 4 marzo del 1953

Antonio Mancini uccise la cognata con varie  coltellate spalleggiato dal figliuolo Pasquale

A seguito di diverbio insorto con i propri cognati Maria Francesca Di Girolamo, Domenicantonio Zampogna, Oreste Marra e Antonietta Zampogna, in ordine alla ripartizione tra gli eredi di Alessandro Zampogna di un credito di costui da riscuotersi quel giorno da certo Massimo Villano.

 


Piedimonte d’Alife -  Il 1° marzo del 1953 il comandante della stazione dei carabinieri di Piedimonte d’Alife inviava un marconigramma alle autorità giudiziarie del seguente tenore: “Alle 16:00 circa del 28 febbraio scorso in località Marciano Freddo, in agro del Comune di Alvignano, Antonio Mancino,  da Liberi non  meglio potuto generalizzare, affrontava cognata casalinga trentottenne Antonietta Zampogna cui nutrivano vecchi rancori per motivi interessi virgola dopo breve alterco virgola vibravale coltellata virgola  producendole profonda ferita regione addominale destra punto casalinga cinquantenne Francesca Di Girolamo et contadino quarantatreenne Domenicantonio Zampogna virgola entrambi cognati malcapitata alla quale accompagnavansi momento delitto virgola  intervenuti difesa ferita virgola venivano aggrediti dal Mancino con reiterati colpi detta arma virgola  per cui Francesca Di Girolamo decedeva istante punto Domenicantonio Zampogna riportava quattro gravi ferite regione addominale punto  Feriti venivano ricoverati urgenza  ospedale civile di Piedimonte d’Alife ove Domenicantonio Zampogna versa  pericolo di vita punto Compiuto  crimine Mancino virgola attivamente ricercato virgola  davasi latitanza punto tenente comandante Fante Orrù punto”. 
Con rapporto del  4 marzo del 1953  i carabinieri di Alvignano riferivano che, nel pomeriggio del 28 febbraio dello stesso anno,  in contrada  “Marciano Freddo”, a seguito di diverbio insorto con i propri cognati Maria Francesca Di Girolamo, Domenicantonio Zampogna, Oreste Marra e Antonietta Zampogna, in ordine alla ripartizione tra gli eredi di Alessandro Zampogna di un credito di costui da riscuotersi quel giorno da certo Massimo VillanoAntonio Mancini, fu Giovanni, spalleggiato dal figliuolo Pasquale di 22 anni, aveva vibrato un colpo di coltello alla cognata Antonietta Zampone producendole una ferita all’addome, penetrante in cavità; altro colpo di coltello alla Francesca Di  Girolamo,  al fianco sinistro e vari colpi al Domenicantonio Zampogna producendogli numerose ferite all’addome, delle quali talune penetranti in cavità.


 Il giovane Pasquale nel corso del sanguinoso episodio aveva cooperato col padre, lanciando sassi contro gli avversari. A seguito della ferite riportate nel luttuoso incidente, la Di Girolamo decedette quello stesso giorno. All’ospedale di Piedimonte d’Alife lo Zampogna, prontamente ricoverato  veniva giudicato in imminente pericolo di vita per le gravi lesioni alla regione mesogastrica. Le condizioni dell’altra paziente  Antonietta Zampogna,  attinta alla regione ipocondriaca destra, profonda, alla nona costola, non destavano all’arme.

In ordine ai precedenti del fatto, sulle concordi dichiarazioni dei lesi, i carabinieri informavano che tra il Mancini,  che aveva sposato una figliola del vecchio Alessandro Zampogna, cui erano succeduti figlioli,  e questi ultimi  i rapporti non erano dei più cordiali per via dell’atteggiamento vessatorio ed aggressivo del Mancini che voleva farla da padrone, tanto è vero che alla morte del suocero  si era immesso nel possesso dei beni ereditari e non aveva inteso ragione per la pacifica restituzione degli stessi agli altri aventi diritto.
Quel giorno erano convenuti in Marciano Freddo i vari coeredi ed i rispettivi coniugi, per la riscossione di lire 10.000 dovuti alla eredità dal signor Massimo Villano. Informato di tale circostanza è intervenuto anche il Mancini il quale però aveva avuto modo di avvicinare il debitore per raccomandargli di non consegnare agli interessati denaro ma di metterlo al Pretore del luogo per la distribuzione a chi di dovere in proporzione del rispettivo diritto. Il gruppo Di Girolamo, Zampogna, Marra venne così ad incontrarsi sulla piazza del paese con Mancini cui fu rivolto l’invito di accompagnarsi agli altri fino  dal parroco cui quel denaro  si sarebbe dovuto consegnare in pagamento del rito funebre celebrato in onore del congiunto deceduto. Alla opposizione ferma del Mancini, la Antonietta Zampogna, irritata dall’inutile ostruzionismo ebbe ad esclamare che loro avrebbero potuto fare a meno del Mancini per tale operazione, non essendo d’altra parte costui neppure facultato ad  intervenire in quanto non erede. Alle parole dell’Antonietta, il Mancini, cavato di tasca un lungo coltello, prese distribuire coltellate in danno di quelli,  a sfogo di un antico rancore. Prima ad essere attinta fu la Antonietta, seguì poi il Domenicantonio, per ultima0 fu attinta la Maria Francesca Di Girolamo, che nell’intento di allontanarsi dal centro dell’azione venne a  trovarsi a contatto con il suo assassino. Mentre il padre  andava  colpendo i suoi avversari Pasquale li  teneva a bada  a colpi di pietra. La Di Girolamo al tavolo anatomico presentava segni palesi di sassate. Tratto in arresto alcuni giorni dopo, il Mancini dichiarava a sua discolpa  d’essersi recato a “Marcello Freddo”  avendo appreso dal cognato Oreste Marra che ivi in quel giorno si sarebbe dovuto discutere del denaro ereditario. Egli si premurò di  invitare il debitore a depositare  la somma al Pretore  per una giusta assegnazione secondo i rispettivi diritti. Senonché nella piazza del paese, mentre il  figliuolo era a radersi, egli venne affrontato dai cognati che  dapprima lo invitarono ad una specie di “duello rusticano” nel bosco, poi lo aggredirono e lo percossero, facendolo segno anche a colpi di pietra dei i quali recava ancora segni sul mento. 


 Solo perché sopraffatto da quelli, egli fece ricorso all’arma,  più per tenere lontani gli avversari  che per recare danno. Escludeva pertanto di essere stato animato in quelle circostanze da intenzioni omicide, dovendo l’evento attribuirsi ad un fatale esorbitare dell’azione dai limiti previsti. Le persone offese e i  testi presenti confermavano dinanzi al Giudice Istruttore, cui il processo veniva trasmesso iniziata l’azione penale, per la formale istruttore, quanto acclarato dai carabinieri in ordine all’iniziativa violenta del Mancini ed alla  cooperazione  del figlio di lui.  Pasquale Mancini, coinvolto nel procedimento, per concorso nei delitti di omicidio volontario in persona della Di  Girolamo e di tentato omicidio nei confronti degli Zampogna addebitati al padre, dichiarava di essere stato estraneo all’episodio, essendo sopraggiunto dal salone del barbiere ove si era  nell’intervallo trattenuto, quando l’azione era ormai esaurita. Dichiara  però, di poter asseverare che il padre era stato aggredito dai suoi avversari, come a distanza aveva potuto osservare. Gli inquirenti disegnarono la vicenda affermando che  il Mancini l’aveva fatta da padrone fin dalla morte del suocero  avvantaggiandosi delle circostanze che  la suocera vedova, si è ritirata a vivere con lui e la figlia Maria per impossessarsi quale “gratuito mallevatore” dei diritti di quella, dei beni ereditari, che avrebbe voluto mettere le mani anche sul piccolo peculio dovuto dal Massimo Villano, col pretesto che anche quel denaro spettasse alla vedova. Ciò riferisce infatti  il Villani nella sua deposizione dinanzi al giudice istruttore.  La frase rivoltagli dallo  Antonietta Zampogna: “Faremo a meno di che non sei neppure il coerede!”, ( alludendo al fatto che alla riunione sarebbe dovuta intervenire la sorella Maria,  moglie del Mancini) colpì nel viso il Mancini in effetti senza titolo per pretendere  la soluzione suggerita al Villani.  L’unanime riferimento di testimoni (Marcucci, Fazzone, Villani, Diana) e nel senso che l’azione del Mancini, in concitato colloquio con la Antonietta Zampogna fu improvvisa e terribile dilatandosi col trascorrere dei secondi. Da parte degli aggrediti, neppure un gesto di minaccia che potesse comunque stimolare la reazione del Mancini. Può nei confronti di costui dunque concludersi affermando che un “disegno di violenza indiscriminata” era in lui fino alle prime battute come alternativa all’irrigidimento degli altri nella pretesa della riscossione della somma da devolversi al pagamento di un debito ereditario. La contestualità dell’azione, l’accomunamento degli avversari nelle medesime ragioni d’odio e di rappresaglia legittimamente hanno suggerito al pubblico ministero la richiesta dell’unificazione quoad poenam”  degli eventi sotto la specie della cooperazione delittuosa. 


Quanto al Pasquale Mancini è fuori di  dubbio che la sua azione si sia utilmente  inserita nel meccanismo causale con una condotta consapevole che lo rende partecipe del reato contestato al padre. sito il genitore. Non può infatti negarsi che essendo il giovane intervenuto nel vivo dell’azione - come da tutti  i testi concordemente si afferma - affiancando l’opera del padre con il lancio delle pietre, alcune  delle quale attinsero a Di Girolamo al viso, epperò  ponendo gli aggrediti in una condizione di maggiore pericolo sia per essere costoro costretti a guardarsi anche dall’opera del giovane, sia per l’impedimento che quest’ultimo frapponeva, con la sua partecipazione attiva all’episodio, all’intervento pacificatore di terzi tale sua azione costituisca “concorso materiale” al reato posto in essere dal padre. Deve tuttavia  ravvisarsi in questa partecipazione è un dolo diverso da quello che guidò la mano omicida del genitore, un intento cioè di ledere e non di uccidere; di guisa che l’evento finale in concreto risultò più grave di quello voluto da parte si partecipe. Va riconosciuta al giovane anche  la diminuente della minima partecipazione perché, pur sussistendo il nesso causale “tra la sua azione e l’evento”  quella rispetto a questo è di entità molto più lieve, nel senso che per il verificarsi dell’evento medesimo, l’opera di lui non ebbe carattere di necessità. Competono al giovane le attenuanti generiche, tenuto conto del vincolo di subordinazione che operò infaustamente nella sua determinazione.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta



 La condanna fu ad 30 anni di reclusione  per il padre e a 9 anni per il figlio. In appello clemenza solo per il giovane e pena ridotta ad anni 7



A chiusura della  istruttoria,  su conforme richiesta del  pubblico ministero, il Giudice Istruttore rinviava al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente,  Giovanni Morfino; giudice a latere,  Victor Ugo De Donato; pubblico ministero, Nicola Damiani) i due imputati per rispondere di concorso in omicidio e tentato omicidio. In dibattimento gli accusati confermavano quanto dichiarato nella fase istruttoria, aggiungendo che il Pasquale Mancini ebbe a  lanciare sassi contro il gruppo contrario -  ma soltanto quando l’azione era pressoché esaurita - ed al solo fine di tener lontano gli aggressori dal padre, in condizione di inferiorità. Parti lese  e testimoni insistevano nell’assumere invece che fu Antonio Mancini a muovere per primo l’attacco contro gli altri esclamando, rivolto alla Antonietta Zampogna: “I soldi te li farò prendere sulla punta di questo pugnale!”.  

Sen. Avv. Pompeo Rendina 


Nelle discussioni finali il pubblico ministero a conclusione della sua requisitoria chiedeva una condanna a 30 anni di reclusione  per il padre e a 12 anni per il figlio. I difensori delle parti civili Massimo Bernasconi e Alberto Martucci concludevano per l’affermazione delle responsabilità di entrambi gli imputati ritenuta la continuazione criminosa tra i singoli eventi. Gli avvocati difensori: Pompeo Rendina, Paolo Pinerolo, Luigi D’Isa, Bruno Cassinelli e Ciro Maffuccini chiedevano rispettivamente per Antonio Mancini,  la diminuente dello  stato d’ira e le  attenuanti generiche; per Pasquale Mancini – in via principale  - l’assoluzione per non aver commesso il fatto o per insufficienza di prove; in subordinato l’applicazione della diminuente con le attenuanti generiche. La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, con sentenza del 6 dicembre del 1954, in parziale modifiche delle richieste della pubblica accusa,  condannava Antonio Mancini ad anni 30 di reclusione, ed a nove anni il figlio Pasquale. Concedeva altresì all’imputato principale le attenuanti generiche e dello stato d’ira contestando, però, allo stesso le aggravanti della recidiva nei 5 anni e con il vincolo della continuazione tra l’omicidio ed il tentato omicidio. 



La Corte di Assise di Appello di Napoli (Presidente, Filippo D’Errico, giudice a latere, Giuseppe Conti; procuratore generale, pubblico ministero, Luigi De Magistris,  nonno dell’attuale sindaco di Napoli), con sentenza del 16 dicembre del 1957 riduceva soltanto nei confronti del giovane Pasquale la pena ad anni 7. La Suprema Corte di Cassazione, con provvedimento del 18 febbraio 1960 rigettava il ricorso per entrambi.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta





 







mercoledì 17 agosto 2016




NEL PARCO PARROCCHIALE “PINETA” DI CONCA DELLA CAMPANIA ALLE ORE 20,00 DOMANI  VI SARÀ LA  PRESENTAZIONE DEL   LIBRO DI PASQUALE COMPARELLI “L’OCCUPAZIONE TEDESCA A CONCA DELLA CAMPANIA”. PREFAZIONE DEL VESCOVO DI TEANO. PREVISTI GLI INTERVENTI DEL SINDACO E DELL’AUTORE.




CONCA DELLA CAMPANIA – DOMANI  GIOVEDI, NEL PARCO PARROCCHIALE “PINETA” DI CONCA DELLA CAMPANIA,  ALLE ORE 20,00, AVVERRÀ LA  PRESENTAZIONE DEL  LIBRO DI PASQUALE COMPARELLI “L’OCCUPAZIONE TEDESCA A CONCA DELLA CAMPANIA”. IL LAVORO RIPORTA, TRA L’ALTRO,  LA PREFAZIONE DEL VESCOVO DI TEANO. SONO PREVISTI  GLI INTERVENTI DEL SINDACO E DELL’AUTORE.  IL  VOLUME – LICENZIATO PER I TIPI DELLA “STAMPA SUD” DI CURTI -  RIEVOCA “I GIORNI TRISTI ED EROICI DEL 1943” IN CUI CONCA  CAMPANIA FU OCCUPATA DAI TEDESCHI. CON L’ABILITÀ E LA PASSIONE RICONOSCIUTE ALL’AUTORE, VENGONO RIEVOCATI “FATTI E VOLTI, NOMI E VICENDE CHE, TRATTE DALLO SCRIGNO DELLA STORIA, SONO ILLUMINATE DALL’UOMO, DAL CREDENTE, DALLO STORICO CON L’INTENTO CHE NON VADANO PERDUTE”.  DAI VOLTI RIESUMATI E FATTI RIVIVERE IN QUESTO VOLUME, CI VIENE IL MONITO DI SEMPRE PUNTUALMENTE INASCOLTATO: “CHI DIMENTICA GLI ERRORI DEL PASSATO È CONDANNATO A RIPETERLI”. DA QUESTO TERRIBILE PERICOLO IL COMPARELLI CI METTE IN GUARDIA E PER QUESTO GLI SIAMO GRATI. CON QUESTE PAROLE S. E. MONS. ARTURO AIELLO, VESCOVO DI TEANO E CALVI, HA VOLUTO FISSARE COME CONCETTO NELLA SUA PRESENTAZIONE A QUESTO LIBRO. IL VOLUME MOLTO RICCO DI FOTOGRAFIE SARÀ PRESENTATO  NEL PARCO PARROCCHIALE “PINETA” DI CONCA DELLA CAMPANIA ALLE ORE 20,00 CON IL PATROCINIO DEL COMUNE, ALLA PRESENZA DEL SINDACO ALBERICO DI SALVO, CON SALUTO E INTRODUZIONE AI LAVORI, LA RELAZIONE DELL’AUTORE, L’INTERVENTO DEL PROF. FELICIO CORVESE, PRESIDENTE DELL’ISTITUTO CAMPANO DI STORIA DELLA RESISTENZA,  CI SARÀ POI LA TESTIMONIANZA DELL’ING. MARIO ZEZZA, “LA GUERRA IN DIRETTA” E LA MODERATRICE SARÀ  LA  DOTT.SSA FRANCESCA BARTOLI

venerdì 12 agosto 2016


Nicola e Francesco Pagano uccisero Roberto Pellegrino per motivi di precedenza








Il delitto accadde il 27 agosto del 1953 nei pressi del Santuario 
di  Villa di Briano




Il movente agganciato al traffico dei carretti dell’epoca. L’omicidio avvenne a seguito di diverbio sorto circa il passaggio e la precedenza dei carri carichi di canapa, dato che la strada medesima era molto stretta.  

Pellegrino:  “se non ti togli di mezzo ti tiro un colpo di pistola”;  Pagano:Piglia o ribotto, piglia a pistola…!!!

 

Il delitto accadde il 27 agosto del 1953 nei pressi del Santuario di  Villa di Briano

 



Avv. Sen. Prof. Giovanni Leone 


“…Marconigramma…Alle 12:00 circa del 27 agosto del 1953, Roberto Pellegrino, da Villa di Briano,  di anni 22,  residente alla via Leopoldo Sant’Agata 24,  veniva ucciso mediante un  colpo di fucile sparato da breve distanza da Francesco Pagano di anni 36, da Casal di Principe. L’omicidio è avvenuto sulla stradetta che mena dal santuario di Villa di Briano in agro di Casal di principe, a seguito di diverbio sorto circa il passaggio e la precedenza dei carri carichi di canapa, dato che la strada medesima era molto stretta. Il Pellegrino, ancora in vita,  veniva trasportato mediante  il suo stesso carro agricolo  nella propria abitazione di Villa di Briano,  durante il tragitto però decedeva. Il cadavere del Pellegrino è piantonato nella propria abitazione di Villa Di Briano, è in attesa di intervento e constatazione da parte dell’autorità giudiziaria. Informata competente territorio arma Casal di Principe.  Nel frattempo elaborato indagine per cottura responsabile che resosi latitante. Segue segnalazione. Firmato  il maresciallo maggiore comandante la Stazione dei Carabinieri Pietro Laboccetta”…
Questo il primo laconico annuncio dell’ennesimo delitto consumato nel triangolo maledetto “Vico di Pantano-Albanova-San Cipriano”. Frattanto si andavano ad acclarare i particolari del fattaccio. Fu appurato che il 27 agosto del 1953 era pervenuta  ai carabinieri  di Villa di Briano la notizia secondo la qual il giovane  Roberto Pellegrino  era deceduto a seguito di un colpo di fucile. In proposito il dottor Remo Bruno,  rilasciava subito apposito referto nel quale si precisava che il cadavere presentava “una ferita d’arma da fuoco alla base dell’emitorace sinistro sulla parte ascellare posteriore della grandezza di circa 3 cm.  con forame di entrata e con traettoria dall’alto verso il basso, con i bordi della ferita dello lacero contusi; che sulla canottiera del morto si notavano bruciature e granelli di polvere empirica incombusta e che questi ultimi erano presenti anche sulla cute circostante la lesione. La mattina del 27 agosto,  verso le 12:00  il Pellegrino percorrendo con un carro agricolo carico di canapa la via che collega il santuario della Madonna di Villa di Briano con la strada provinciale, si era incontrato con altro carro, pure carico di canapa procedente in senso inverso, guidata dal giovane Francesco Pagano di Paolo.

 L’impossibilità di incrocio fra i due carri e la fretta di entrambi i conducenti perché il tempo minacciava la pioggia, determinava, a detta dei verbalizzati, un vivace litigio fra i due giovani pretendendosi reciprocamente dall’uno che fosse l’altro  a retrocedere e a lasciar libero il passaggio. Ad un certo punto, secondo la dichiarazione fatta  ai dal bracciante Verracchia Luigi,  di anni 16 dipendente del Pellegrino, quest’ultimo aveva minacciato l’altro carrettiere dicendogli: “se non ti togli di mezzo ti tiro un colpo di pistola”, ed aveva fatto l’atto di estrarre l’arma che aveva nella cintola. Il Pagano era allora fuggito verso l’abitazione del padre, distante  un centinaia di metri e ne era ritornato di lì a poco armato di fucile e seguito di altri due uomini armati di pistola. Affrontato quindi il Pellegrino, che vistosi a mal  partito, si era messo a gridare: “Buttiamo le armi… vediamocela con le mani”… aveva esploso contro di lui un colpo d’arma da fuoco. Gli aggressori si erano quindi dileguati asportando l’arma della vittima. Il teste Leonardo Gallo, proprietario della canapa trasportato dal Pagano, chiariva ai carabinieri che dietro al carro di questo ultimo erano stati costretti a fermarsi, per l’improvvisa difficoltà dell’incontro con il Pellegrino, altri due carri carichi della sua canapa guidati rispettivamente dal “figlio di Angiolella Mingione e dal figlio di “Bosco”,  identificati in seguito per Enrico Cacciapuoti e Alfredo Alemanna. A  dire del Gallo la prima parte dell’alterco tra i due carrettieri si era verificata mentre egli si trovava vicino all’abitazione della famiglia Pagano intendo  a bere acqua insieme al fratello  di Francesco Pagano a nome Nicola. Entrambi, però erano stati richiamati ben presto dall’improvviso sopraggiungere del Francesco Pagano che entrava nella casa paterna gridando al germano: “ Piglia o ribotto, piglia la pistola…  I due fratelli armatisi subito, l’uno di fucile, l’altro di pistola si erano diretti verso la strada seguiti da esso Gallo maggiormente preoccupatesi per l’incidente allorchè aveva notato che l’avversario dei Pagano era il Pellegrino suo lontano parente. Il suo intervento pacificatore si era subito rilevato inutile perché Francesco Pagano aveva immediatamente esploso un colpo di fucile contro il Pellegrino che, ferito al fianco sinistro, si abbatteva al suolo. Aggiungeva il Gallo che la vittima era stata colpita circa 2 metri di distanza che subito dopo l’omicidio era stato costretto dal Francesco Pagano che lo aveva minacciato col fucile, a consegnare la sua pistola mentre l’arma del Pellegrino veniva raccolta dall’altro fratello prima di darsi, entrambi, alla fuga.  I carrettieri di Enrico Cacciapuoti e Alfredo Alemanna facevano ai carabinieri pressappoco le stesse dichiarazioni. Essi precisavano  peraltro che quando i fratelli Pagano sopraggiunti armati per affrontare il Pellegrino anch’esso armato, il Cacciapuoti era corso a trattenere il Francesco Pagano e che anche il Gallo, il quale impugnava una pistola, aveva cercato di intromettersi fra i litiganti prima che il Pellegrino fosse raggiunto dal colpo di fucile.
Avv. Giuseppe Garofalo 


Si dava corso, pertanto, da parte degli inquirenti alla istruttoria formale a carico dei fratelli Francesco e Nicola Pagano, entrambi latitanti, i fatti formavano oggetto di altro rapporto dei carabinieri di Casal di Principe in data 8 settembre 53. Oltre a confermare i precedenti risultati i militi della Fedelissima riferivano che alla stazione dei carabinieri era pervenuto il referto del dottor Carlo Dell’Aversana da San Marcellino,  datato 28 agosto 53,  nel quale si dichiarava che verso le 21 precedente era stata riscontrata al giovane Nicola Pagano una ferita contusa alla testa lunga cm. uno e interessante cute sottocute. Si aggiungeva che il predetto Pagano – tratto in arresto il 2 settembre - indossava una camicia imbrattata di sangue;  e che lo stesso aveva dichiarato di essere accorso sulla strada dove sostavano i carri carichi di canapa perché richiamato dalle grida del fratello e di essersi trovato improvvisamente di fronte al Roberto Pellegrino il quale, dopo aver esploso  contro di lui un colpo di pistola, lo percosse ripetutamente alla testa col calcio dell’arma producendogli le lesioni riscontrate  dal medico.



Il giovane negava, peraltro, di essere stato anche lui armato di una pistola e affermava di non conoscere le modalità dell’omicidio del Pellegrino. L’11settembre, in occasione del mandato di cattura emesso dal Giudice Istruttore per il reato di omicidio, veniva tratto in arresto anche Francesco Pagano. L’imputato dava la seguente versione sui fatti. Il mattino del 27 agosto, mentr percorreva la stradetta che dal santuario della Madonna di Briano conduce alla strada provinciale trasportando con un carro la canapa del Gallo, si era incontrato con il carro del Pellegrino per cui aveva invitato questi a spostarsi sulla destra. All’arrogante rifiuto dello altro egli aveva fermamente manifestato il proposito di non muoversi dalla strada finché non si fosse giunti ad una pacifica soluzione. Il Pellegrino aveva allora risposto con le minacce estraendo dal fianco la pistola ed esclamando: “Ora ti tiro un colpo”. Impaurito per tale minaccia egli si era portato nell’abitazione del padre ma, incontratosi col Gallo, questi lo aveva indotto ad affrontare il Pellegrino armandolo, anzi, del suo fucile. E però appena accortosi che l’avversario era il Pellegrino, suo parente, il Gallo gli aveva improvvisamente puntato la sua pistola alla schiena intimandogli di non muoversi e quindi disarmandolo. Nel frattempo il Pellegrino esplodeva un colpo di pistola, andato a vuoto, contro il fratello Nicola che li aveva seguiti poi lo percuoteva alla testa col calcio dell’arma. Egli aveva perciò tentato di impadronirsi del fucile e nella breve colluttazione sorta con il Gallo, l’arma era esplosa ferendo mortalmente il Pellegrino. Concludeva affermando che l’Alemanno, dopo il ferimento, aveva esclamato, rivolto al Gallo: “Don Leonardo che avete fatto?”. Egli stesso gli aveva gridato: ”Disgraziato, perché hai sparato?”. Che Gallo, intimidito, aveva risposto: “Che ho sparato io?”… mentre ognuno si allontanava per proprio conto.



A seguito dell’arresto dei due imputati i carabinieri di Villa di Briano svolgevano ulteriori indagini gli stessi concludevano che l’arma adoperata per l’omicidio e non poteva appartenersi al Gallo perché nell’abitazione di quest’ultimo è stato rinvenuto il suo fucile calibro 16, coperto di polvere senza traccia di recente sparo. Che la lesione riscontrata al Nicola Pagano doveva ritenersi appositamente provocato da quest’ultimo in quanto nessun teste aveva confermato l’episodio dell’asserito ferimento da parte del Pellegrino. Riferivano inoltre che il Pellegrino era il figliolo di una cugina del Gallo e che lo Alemanno  aveva recisamente negato che il Gallo fosse armato di fucile e che, a seguito dello sparo, alcuni avessero rivolto parole di rimprovero al predetto. Nel corso della formale istruttoria gli imputati confermavano sostanzialmente, le loro dichiarazioni ma chiarivano che l’arma del Pellegrino non esploso colpi perché non aveva funzionato. Il Gallo, da parte sua, ammetteva di aver impugnato la pistola durante l’incidente ma solo perché essa era caduta dal fodero durante la corsa. Precisava di non aver seguito immediatamente il Pagano ma di essere accorso solo quando aveva appreso dal custode del Santuario della Madonna di Briano che “i due fratelli stavano facendo del male al figlio del rosso” (alias Roberto Gallo) suo parente;  giunto sul posto si era accorto che l’avversario dei Pagano era il Pellegrino. La sorella degli imputati, Lina Pagano, dichiarava invece che il Gallo, intervenuto nell’incidente, aveva esclamato in tono minaccioso all’indirizzo dei fratelli: “Questi oggi vogliono fare i morti!”. Michele Schiavone – presente al fatto -  affermava di avere sentito chiaramente la frase: “Piglia o ribotto!”,  riferita da Francesco Pagano al fratello e che avendo visto i due giovani andare incontro al Pellegrino aveva cercato di trattenere Francesco Pagano  che però si era subito svincolato continuando ad avvicinarsi al suo avversario; e di avere udito la seguente frase, poco prima dell’esplosione del colpo di fucile: “Posa la pistola che ti dobbiamo fare una paccheriata”, pronunziata probabilmente da Francesco Pagano, mentre Leonardo Gallo gridava: “I figli di Paolo vogliono morire; essi si stanno litigando con mio cugino”. I fratelli Francesco e Pasquale Schiavone si limitarono a dichiarare di aver udito soltanto la frase: “Piglio o ribotto!”,  detta da Francesco Pagano e, dopo pochi minuti, il colpo di fucile. Il suocero di Francesco Pagano, Giuseppe Iovine dichiarava che nella prima quindicina di settembre era stato sollecitato dal Gallo - tramite certo Raffaele Di Nardo - a recarsi in casa di un certo Francesco Russo per assumere l’impegno in nome del genero e dietro corrispettivo di una determinata somma di non nominarlo nell’inchiesta giudiziaria. Aggiungeva che l’incontro non avrebbero avuto luogo per essersi recato con ritardo all’appuntamento. Tale circostanza veniva confermata dal Di Nardo il quale precisava che il Gallo intendeva offrire la somma di lire 150 o 200 mila purchè  Francesco Pagano si fosse impegnato a tacere il suo intervento nella lite.


Il Francesco Russo, cognato del Gallo, dichiarava invece che l’appuntamento aveva solo scopo di liquidare i conti per il trasporto della canapa effettuata dai Pagano purché gli stessi si fossero impegnati a restituire la pistola. Luigi Iovine affermava di aver accompagnato il fratello Giuseppe in casa del Russo per incontrarsi con il Gallo ma di non averlo trovato.   


Luigi Nappa affermava infine di aver assistito all’incidente del 27 agosto di aver udito, in particolare, il Francesco Pagano che aveva detto al Pellegrino: “ Tu getta la pistola che io getto il ribotto”, senza che l’altro accogliesse l’esortazione perché si dava a colpire col calcio della pistola il fratello Nicola che era disarmato.  Aggiungeva il teste che un uomo anziano (probabilmente il Gallo)  aveva cercato di trattenere il Francesco Pagano che, però, riusciva svincolarsi gridava: “ Lasciami perché quello uccide mio fratello”;  che egli impaurito dalla piega degli avvenimenti si era allontanato prima ancora del tragico epilogo. Eseguita la perizia necroscopica venivano confermati i rilievi del medico refertante concludendosi dai periti che la morte del Pellegrino era sopravvenuto per  “imponente emorragia causata dalle lesione di grossi vasi dell’emitorace sinistro e per lesioni  dell’aorta addominale. Che le suddette lesioni erano state causate da un colpo di fucile caricato a pallini ed esploso a breve distanza perché aveva prodotto la frattura comminuta della decima costola; che la  direzione del colpo era da dietro in avanti e l’offensore si doveva trovare alla sinistra della vittima, leggermente alle spalle.

Fonte: Archivio di Stato di  Caserta




 LA CONDANNA FU AD ANNI 12 PER FRANCESCO PAGANO E AD ANNI 8 OTTO  PER NICOLA PAGANO. RIDOTTA A SEI IN APPELLO. 



Avv. Michele  Verzillo 



Gli imputati venivano rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; giudice a latere, Renato Mastrocinue; pubblico ministero, Nicola Damiani) per rispondere dell’omicidio volontario  in danno di Roberto Pellegrino e nella prima udienza si costituivano, oltre al padre del Pellegrino,  già costituitosi nella fase istruttoria, parte civile anche la sorella Lucrezia. La Corte, accedendo ad apposita richiesta di tutti i difensori, eseguiva l’ispezione giudiziale dei luoghi in cui erasi verificato il delitto di omicidio dando atto, tra l’altro, che la casa del Pagano padre era distante quasi 200 metri  dal luogo ove si era verificato l’incidente. A conclusione del dibattimento le parti civili concludevano per l’affermazione della responsabilità. Il pubblico ministero chiedeva la condanna per entrambi gli imputati per il delitto con l’attenuante della provocazione ad anni 18  di reclusione ciascuno. I difensori degli imputati sostenevano la tesi della legittima difesa, in subordine dell’eccesso colposo; per Nicola Pagano si chiedeva l’assoluzione per non aver commesso il fatto, ovvero per insufficienza di prove. In linea subordinata si invocava l’applicazione delle attenuanti generiche e della provocazione relativamente all’omicidio nonché ancora più in subordine – per il solo Nicola 

Avv. Vittorio Verzillo 

Pagano – l’ulteriore attenuante della minima partecipazione. La Corte concludeva affermando la responsabilità…”Quanto alla qualificazione giuridica dell’episodio appaiono integrati gli estremi del delitto di omicidio volontario del quale dovrà rispondere anche il Nicola Pagano con l’attenuante, però, per aver voluto un reato meno grave. Sussiste, peraltro il reato di violenza privata aggravata per il quale dovrà essere condannato il solo Francesco Pagano assolvendosi invece il fratello per non aver commesso il fatto. Ai due rei spetta, in ordine al delitto di omicidio, l’attenuante della provocazione risultando in modo pacifico che l’aggressione criminosa maturò nell’animo dei colpevoli per l’ingiusto comportamento del Pellegrino che, con il ricorso alle minacce, dovè provocare grave risentimento nell’animo dei due giovani. La pena per il delitto di omicidio che si stima fissare – conclusero i giudici – in anni 21 di reclusione per entrambi gli imputati in considerazione delle modalità dei fatti può quindi ridursi di un terzo. Potendosi inoltre concedere ai due imputati le attenuanti generiche in considerazione dei loro ottimi precedenti penali e della loro giovanissima età. La pena per il reato di omicidio può definitivamente fissarsi per Francesco Pagano in anni 12 di reclusione. Dovendosi applicare al Nicola Pagano l’attenuante la pena di anni 14 di reclusione va diminuita ad anni 8. Nei tre gradi di giudizio furono  impegnati gli avvocati: Vittorio e Michele Verzillo, Giuseppe Garofalo, Ciro Maffuccini, Ettore Botti, Giovanni Leone e Giovanni Porzio. 

Fonte: Archivio di Stato di Caserta